Musicologo, arrangiatore e tenore lirico apprezzato soprattutto in ambito liederistico e antico. Intraprende gli studi di canto sotto la guida di Giovanni Guerini dopo la vittoria ottenuta nell’ultima edizione del concorso nazionale "Festagiovani" nel 1998. Si avvia fin da subito al solismo dedicandosi parallelamente allo studio teorico della vocalità antica e delle sue prassi esecutive. Predilige repertori madrigalistici e sacri, nonchè il repertorio liederistico e della canzone americana d'autore. Con un passato da singer a fianco di importanti band della provincia di Bergamo, collabora da più di 10 anni con una band professionista di progressive rock (Minstrel) nella doppia veste di cantante e compositore. Con questa formazione continua a leggere...
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Alessandria
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7.03.2001
Alberto mi ha fatto scoprire una vera chicca musicale: trattasi di Hiromi Uehara, pianista d'origini giapponesi che si sta imponendo sulla scena statunitense e mondiale del jazz/fusion.
Ho ascoltato e ascolto con vero piacere in questi giorni il suo ultimo album, edito nel 2007, intitolato "Time Control". I musicisti ospitati nell'album sono di assoluto rispetto, ma su tutti svetta la chitarra stratosferica di David Fiuczynski, con le sue scale modali, il suo gusto e la sua scelta incredibile di suoni.
Un album nel quale è tanto facile perdersi in melodie orecchiabili quanto rimanere sbigottiti per scelte stilistiche e di produzione assolutamente inusuali. A tratti serissimo, a tratti assolutamente dissacrante nella suo ironico gioco delle parti fra i vari musicisti, tutti, come si diceva, assolutamente eccelsi.
Per non parlare del fascino che emana questa ventottenne del sol levante, semplicemente adorabile. Solito maschilista? Attenzione: fascino dissi, non semplice e sterile bellezza; sottile enorme differenza.
Che dire... grazie Alberto, ma soprattutto (mi sembra giusto) grazie Hiromi!
Leggo in giro per il web varie recensioni più o meno entusiastiche per il nuovo album di Elio e le storie tese.
Il sottoscritto pensa che il gruppo stia evolvendo verso lidi musicali sempre più maturi, con una musica complessa e più propensa al sorriso dolce/amaro che alla risata sguaiata.
E questo, a mio avviso, è vera crescita artistica e maturazione umana.
In "studentessi" ci sono capolavori (Gargaroz, Parco Sempione), colpi di genio (Suicidio a sorpresa suddivisa con movimenti sinfonici), canzoni non riuscite (architetto in Grillo'style, piccoli brani che acquistano senso grazie ad un concept costruitoci sopra e non sulla musica stessa (la saga stagionale dei Ricordi).
Ma due cose sono certe, anzi tre:
1 - Elio e le storie tese sono uno dei pochi gruppi italiani che ha la possbilità di registrare un album e produrlo arricchendolo con parti musicali d'altissima classe. Se le possono permettere, sia per il pubblico che acquista i loro album che per la loro bravura personale di musicisti e compositori.
2 - un album come "Studentessi" è manna nel panorama pop/rock (prog) stantio del mercatino italiano. Ben vengano 78 minuti di MUSICA con tutte le lettere maiuscole. Che poi ci siano idee più o meno azzeccate, banalità innalzate a genialate o meno resta un discone nella stanca patria discografia.
3 - "Plafone" dimostra una volta per tutte che il progressive italiano non è morto, ha ancora tanto da dire, che è la via più bella per scrivere melodie orecchiabili, ma non banali, che l'armonia classica ha ancora tanto da insegnare ai coglioni del solito basso I_IV_V (vero GG?) e che Elio canta meglio di Albano perchè sa che in fondo cantare è ben altra cosa. Lui sorride e si diverte. E lo si sente benissimo.
Grazie ragazzi e buon tour, io ci sarò sotto il palco di una delle date, contateci.
Finalmente trovo due minuti per poter parlare del Concerto di Chiusura del Clusone Jazz 2007, avvenuto il 29 luglio in Corte Sant'Anna.
Almeno due parole sul luogo scelto per l'evento finale: il cortile antico di Sant'Anna non è solo sede del negozio di commercio equo-solidale dal quale, di solito, ci forniamo io e Katya; e nemmeno della Libreria Scientifica Rasmussen, dove acquisto da sempre libri, manuali e saggi per me (e ora anche per Lorenzo); è soprattutto una tappa obbligata per sottrarre orecchie e occhi dalla mischia cacofonica, tipica del centro cittadino clusonese estivo, per ritrovare il silenzio e la rilassatezza di un chiostro con i suoi echi interni.
Il luogo scelto è pertanto risultato a mio avviso vincente. Ben più di una piazza dell'Orologio, certamente più ricca di storia e bellezza, ma assolutamente mancante di un gran requisito: l'intimità.
Perchè i due concerti scelti dall'organizzazione avevano esattamente la stessa cifra emotiva: l'intima relazione che si stabilisce tra spettatore e artista sul palco.
Sia Rita Marcotulli con il suo pianoforte che Gianmaria Testa con il suo quartetto hanno puntato ad una relazione empatica con il pubblico. Il luogo ha certamente contribuito.
Ed è proprio sull'intimità sviluppata che baserò le mie prime opinioni sul doppio concerto. Naturalmente sarà di certo soggettivo il gudizio, è una banalità, ma è giusto dirlo. Soprattutto sapendo che alcuni lettori di questo umile blog adorano il cantautore delle nuove migrazioni ed ammetto che anche io trovo alcune sue canzoni davvero straordinarie.
Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto parliamo di un episodio che mi ha dato parecchio fastidio. Già durante i vari soundcheck pomeridiani, a cui ho assistito i giorni precedenti (fra i quali anche quello del conterraneo Trovesi) io portandomi dietro anche Lorenzo (incantanto di fronte alla meraviglia della musica), ho trovato il pubblico classico del festival parecchio altezzoso, un atteggiamento da: "ma come fate a non capire che questa è vera musica e il resto è semplicemente merda! Che ignoranti...". Chiaramente nessuno ha detto queste cose al sottoscritto, ma è questione di pelle; anche perchè nessuno si è praticamente avvicinato al sottoscritto per parlare (o salutare), tutti probablmente presi a guardare il cielo... ma non generalizziamo, farlo sarebbe certamente un gravissimo errore. E allora diciamo che per tutta risposta, la sera del concerto, entra nel bar allestito in Corte uno che conosceva Alberto, l'amico (contra)bassista che mi ha accompagnato alla serata. Due battute e questo se ne esce con: "Ma io sono qui per la Marcotulli, quell'altro non so neanche chi cazzo sia". Parole più o meno simili che suonavano come: "ragazzi, conosco tutti gli dei in terra che suonano, se non so un nome significa che è nulla e pertanto mi sento tranquillamente libero di innalzarmi quando alla fine probabilmente è solo mia ignoranza pura".
Ma non sto dicendo che Testa bisogna conoscerlo per forza! Anzi! Sto dicendo piuttosto che se io dico di amare la musica, di essere sempre alla ricerca di nuove sonorità, di nuovi spunti e sputo al primo nuovo nome che sento, mi rendo ottuso e assolutamente ignorante.
Inutile dire che a quelle parole sono rimasto interdetto; io e il mio trattato di Contrappunto e Fuga del Dubois appena acquistato alla Rasmussen. Davvero una magra figura.
E ve lo dice uno che non conosceva la Marcotuttli, ma proprio mai mai mai sentita! Ma mica andavo in giro a dire che "ero lì per testa, echicazè'staritaqua ecc ecc".
Beh, sono stato lungimirante. Il breve concerto di piano solo della grande Rita è stato semplicemente straordinario.
Ed è una cosa che mi fa pensare. Come è che Bollani lo si ritrova ad ogni festival che ha collegamenti con le radio europee, un certo Einaudi sta lentamente erodendo un cognome monumentale per la storia italica con album vacui e un altro certo Allevi ricevi encomi a destra e a manca, quando alla fine ci sono pianiste del calibro di Rita Marcotulli sulla piazza e il suo nome non richiama nulla ai non addetti ai lavori (come il sottoscritto) e soprattutto ha la metà della metà della gloria che meriterebbe?
Ha eseguito pezzi davvero straordinari, tutti suoi. Il migliore è stato certamente il brano dedicato al cinema di Truffaut: basandosi sul codice sonoro morse ha sviluppato armonicamente un tema ritmico che risponde ai nomi di due personaggi principali di un film del maestro francese. L'ha prima citata ritmicamente al microfono, poi con le mani sulle assi del pianoforte e poi è partita. E lì si è volato!
Insomma un fenomeno. Certamente acquisterò dei suoi cd perchè meritano assolutamente.
Altro che Allevi! (E qui sto diventando un perfetto jazz's man... ^^)
Alla fine della sua oretta passata con due mani su 5 ottave bianconere volevo semplicemente buttare via il Dubois appena acquistato...
Sul finire del concerto di Rita ecco spuntare Testa e il solo batterista. Due parole, applausi e prima sessione insieme. La canzone è alla Paolo Conte sputata, ma il risultato sonoro è efficace e assolutamente vincente, un tripudio! La Rita se ne esce con le ovazioni ed entrano gi altri della band di Testa. Si parte con il suo concerto e... ed è inutile girarci intorno: alla terza canzone avevo già ripreso il Dubois in mano. E' innegabile che dopo le esperienze armoniche di Marcotulli, gli accordi classici, le cadenze perfette e le sue piccole asperità subito risolte di Gianmaria sembrassero fin troppo sempliciste. Non nego che gli organizzatori abbiamo puntato ad unire i due artisti sul piano della loro collaborazione in alcuni dischi più che sul piano strettamente musicale, ben consci della differenza sostanziale della musica proposta.
Ma forse avevano puntato proprio a quell'intimità che entrambi gli artisti hanno saputo creare.
Uno grazie ad una sincerità con la quale si pone al pubblico, l'altra grazie soprattutto ad una umiltà davvero unica con la quale si approcciava a noi, comprensibile nella voce emozionata con la quale descriveva le sue canzoni e nel modo gentile con il quale ringraziava, con lo sguardo di chi sembra dire: "grazie, ma... non vi sembra troppo?".
In conclusione Gianmaria Testa ha saputo offrire con la sua band un concerto davvero d'alto profilo, ma a mio avviso il suo contributo alla musica italiana d'autore è ancora poco incisivo.
A tratti sembrava di ascoltare Bubola e la sua scuola cantautorale per certe soluzioni melodiche, nel canto poi è fin troppo incline a rammentare al pubblico il Maestro Conte (e scusate, ma lì non c'è storia...) e tecnicamente la chitarra di Testa è più un orpello che uno strumento utilizzato per creare musica (non un assolo, non un passaggio, semplici accordi); ma produce testi molto belli, ha molto da dire di sé, sa essere spiritoso, sa eliminare la distanza dal pubblico con umiltà degna di un musicista vero. E poi è sincero. Lo si capisce subito, da come canta, da cosa canta e da come spiega quello che ha appena cantato.
Credo che anche Alberto, poco incline alle "rotte dei dirigibili" e ai loro cantori, abbia apprezzato questo più che le canzoni in sé (che trovo comunque molto belle) o ai musicisti (per altro ottimi).
Finale con il rientro di Rita che ha accompagnato Testa in due duetti. In questo caso la Marcotulli si è dimostrata anche un'intelligentissima pianista d'accompagnamento jazz. Non ha strafatto, anzi è sempre stata nella retroguardia, facendo in modo che il "motivo" della canzone fosse espresso dalla voce e dall'animo dell'artista che quella canzone ha concepito.
Non nego che a volte mi sarebbe piaciuto che avesse preso in mano la situazione, ma ho apprezzato l'umiltà della pianista nel sapersi mettere al servizio di una performance. Qualità rara nei musicisti, rarissima nei musicisti di sesso maschile.
Lode e onore a Rita dunque. Bravo anche Testa, ma nella serata, mi sia perdonato, era lei il "gruppo di punta".
Questo è l'ultimo post prima delle ferie. L'ultimo sarà postato Venerdi poi... Monterosso al mare!
Vorrei dedicare questo scritto scalcinato alla sorella di New York city, sperando di non averla "delusa". Speriamo semplicemente di averti qui la prossima occasione durante il grande festival Clusone Jazz!
Ecco le impressioni di shifrapua, critico e filosofo e amico nonchè redattore del blog d'analisi cinematografica http://angelorizzi.splinder.com, sul lavoro di Fabio Liberatori, già da me in precedenza analizzato.
E' bello vedere come uno stesso album possa dare pareri discordanti, ma soprattutto trovare dei consensi espressi in maniera totalmente opposta. Con una presunzione di logica da parte mia e con una apertura verso il vuoto, con un vero tentativo di volo verbale da parte di shifrapua.
Insomma è un piccolo scontro fra modi opposti di scrivere. E chiaramente è innegabile ch'io resti ferito a morte. Forse so esprimermi meglio in altri ambiti, ecco.
Ma bando alle ciancie! Offro in pasto al blog una nuova recensione, anzi riflessione, sul (caop)lavoro di Fabio.
A voi!
La 1 (Eyes do more than see) è melodicamente molto decisa e anche abbastanza orecchiabile, dato che riesco a seguire fin troppo bene la sua dinamica. Piacevole e robusta, ma non all’altezza delle migliori, in quanto il suo lirismo metafisico (che a volte riesce ad emergere) è subordinato – a parer mio – alla costruzione dell’insieme.
Strikebreaker ha un’ossatura musicale che è una meraviglia. Senza fretta riesce a percorrere parsec di spazio concentrandosi sulla dissoluzione del viaggiare, ossia si lascia assorbire completamente dal gusto della visione di quello che trova. Le note di piano s’intersecano, mi confondono e mi lascio confondere. Tutto questo forse in ragione del fatto che questo brano sintetizza una dialettica impossibilitata a risolversi: la dissoluzione dell’identità di un viaggiatore a contatto di paesaggi astronomici profondi contro la necessità di un identità equilibrata in grado di controllare in modo pressoché uniforme (ossia equilibrato) il materiale visivo. La prolissità della melodia non è secondaria all’insieme, dato che l’equazione del viaggiare comporta spazio fratto tempo.
Nightfall (ma da dove nasce? Non mi sembra sorella delle altre…) non sa decidersi. Frammentaria, e assolutamente inadeguata alla precedente.
Nobody Here But : incredibile affollamento di antiche suggestioni, estro figurativo memorabile, supporto ideale-musicale ricchissimo. Un’operazione artistica che nasce forse al calore bianco di un’esaltazione (mistica?). Vedo e sento sensazioni: un brano forse intento ad una meditazione che non partorisce niente… proprio per questo ancora più grande, più autoreferenziale. Bella, magmatica, e a tratti assurda nel suo dispiegarsi spontaneo.
L’istintiva vitalità di The machine that won the war mi impedisce di distinguere la sua bellezza dalla sua banalità. Troppo lieta. Troppo scontata. Anche se la felicità è impossibile (almeno per me), è comunque giusto darne una rappresentazione, ma The machine non centra il bersaglio.
The galaxy stock exchange: qualcosa in noi, nel nostro più profondo intimo – nel nostro corpo, anima, essere – ci minaccia con la dissoluzione e il caos. Grande atmosfera misteriosa, adeguatavoce recitante che mette in pericolo l’adattamento del senso e delle cose. Un brano che ad ogni nota mi ricorda l’irreversibilità della freccia del tempo. Enormi suggestioni.
My son, the psysicist: statico. Forse perché teso a raccontare una situazione dove tutti perdono un autobus, dove tutti non sanno partire. Già, partire: ma perché?
Insert knob A in hole B: incipit del brano da antologia in quanto l’abisso in cui spinge l’ascoltatore è proprio dentro di esso. Un abisso che è un colorato subcosmo autistico dove è ancora possibile sgranare favole per adulti e, soprattutto, parlare di sentimento.
Il balenio improvviso della vita sul pianeta, l’attimo mirabile dell’esperienza, la realizzazione definitiva della morte: la vita dell’essere umano in neanche cinque minuti. Assolutamente geniale.
La 9 (The Up – to – date sorcerer) è forse quella che più mi ha fatto più male, ed è quindi una delle più belle. Riesce a creare in me qualcosa di estremamente evanescente, una sensazione che non alberga né nella felicità né nella tristezza. Una sorta di miracolosa sospensione, un’introspezione sulla vera natura della realtà. Una nostalgia per qualcosa che non conosco, un ri-tornare dove non sono mai stato. Capolavoro.
Nighfall-reprise: sono sempre dello stesso parere della 3.
Durante la breve vacanza in quel di Roma ho potuto finalmente abbracciare un caro amico virtuale che risponde al nome di Fabio Liberatori.
Un nome altisonante nel panorama musicale e cinematografico nazionale, fondatore degli Stadio, autore di numerose colonne sonore (fra le quali spiccano quelle per l’amico Verdone) e nonché sublime pensatore e, a mio avviso, straordinario padre.
La stima che nutro nei confronti di Fabio non vuole essere la colonna portante di questo post, anche perché non troverei le parole adatte, ma lo vuole essere bensì una piccola recensione della sua seconda fatica discografica, finalmente disponibile per il sottoscritto e per il suo lettore cd assetato di nuova (buona!) musica.
Non conoscevo nulla di Fabio “solista”, cioè di Fabio lasciato libero di giocare con le note, con le sue conoscenze, con i giusti tempi ed i giusti spazi, con la sua sensibilità.
E all’inizio mi ha spiazzato non poco l’ascolto di “The Asimov Assembly”, l’album che mi ha accompagnato durante il viaggio di ritorno in automobile, da Milano verso casa.
Perché conoscevo bene il suo interesse per i campionatori e la musica elettronica, ma non mi aspettavo una tale preponderanza sonora in questo cd. Ma dopo un brevissimo momento di “perdizione” sono entrato nello spirito dell’album, anzi del concept e l’ho potuto apprezzare, nonostante la mia consapevole ignoranza in questo ambito musicale.
Non sono in effetti molto ferrato in materia, la poca musica elettronica che ho ascoltato in vita mia risponde al nome di Enigma o il Battiato più sperimentale (per citare i più commerciali) fino agli Ultravox passando per i Popol Vuh. Robe simili insomma. Mi sembra quindi inutile citare quelle che a me sono sembrate le influenze che hanno permesso a Fabio di sfornare le chicche che formano l’album.
Forse la cosa migliore è lasciarsi andare, esattamente come feci quella sera in macchina, e cercare di volare insieme alla fantasia del compositore.
Innanzitutto quello che salta “all’orecchio”, soprattutto per uno come me impegnato in questo periodo in arrangiamenti e pre-mixaggi, è l’ineccepibile, straordinaria ricerca sonora compiuta da Liberatori su ogni pezzo, su ogni singolo suono. Accompagnato dal fedele Gianrico la Rosa al banco, il suono dell’album è incredibilmente profondo, di enorme spazialità (come dire, con tremenda battuta: spaziale!), studiatissimo eppure tanto comunicativo. Nessuna nota, nessun effetto, nessuna frequenza è lasciata al caso! Lo si capisce benissimo perché tutto è lucido, ordinato, perfettamente coerente.
Eppure le canzoni lasciano il segno, mai fini a sé stesse, mai retoriche, seppur nelle naturali differenze soggettive di qualità fra una traccia e l’altra.
Il primo sentimento dunque che lascia l’ascolto di questo disco è infatti l’estrema ricercatezza sonora che si scontra, si incontra ed infine convive perfettamente con una felice ispirazione musicale, che inquadra perfettamente le atmosfere fantascientifiche di Asimov e le esalta attraverso le armonie, i suoni, le melodie scelte.
Ho letto che c’è un anno di duro lavoro su questi suoni. Si sente tutto questo anno, eppure sembra un anno passato a lavorare divertendosi, a programmare guardando il cielo. Ecco si!
Un'altra grande caratteristica dell’album è invece la straordinaria unitarietà del progetto, nonostante i diversi stili di composizione utilizzati. Probabilmente questa peculiarità è stata raggiunta grazie al già accennato studio sonoro e ad un’ispirazione che non è mai venuta a mancare.
In questo album si possono ascoltare classici bassi da eletro music che accompagnano melodie arcane (interpretate da una Sonja Kristina davvero evocativa) di chiaro stampo classico con grevi effetti robotici e batterie sincopate come nella prima traccia (“Eyes do more than see”), per poi saltare ad una sonata per pianoforte digitale, composta ed interpretata con tutti i crismi voluti dall’armonica classica (nonostante alcune frasi a mio avviso volutamente “sbagliate”, come poi spiegherò). Si attraversa una hit da classifica stupenda, arrangiata a mio avviso divinamente e assolutamente in modo anticommerciale (insomma una goduria!) come Nightfall (dove spicca a mio avviso anche un bel passaggio ascendente di semicrome che mi ricorda il Battiato di “E ti vengo a cercare”) per passare ad una song alla Brian Eno con il dj Anthony Drago alle voci. Poi torna il pianoforte solista, poi una song che pare una colonna sonora di un volo cinematografico fantascientifico…
Insomma, leggetevi la biografia di Fabio: tutte le sue esperienze musicali sono contemplate in questo album, il quale però si presenta assolutamente unitario, come una sola canzone di circa 50 minuti.
Una caratteristica non da poco.
Infine una piccola riflessione nata in seno all’ascolto del primo solo di pianoforte elettronico. Non vorrei sbagliarmi anche perché non ho avuto sotto mano la partitura e men che meno ho provato il passaggio al pianoforte per accertarmi di quanto dirò. La rischio sapendo che sarete clementi (Fabio per primo…) in caso di megacastroneria scritta in buona fede. Mi è sembrato che volutamente il compositore abbia inserito due quinte vuote parallele nella composizione, da sempre “proibite” in armonia classica. Ora, oggi giorno (con la dissoluzione della forma già espressa dal sottoscritto alcuni post fa) non c’è più niente di proibito, ma il fatto di mettere o meno in una composizione cose di solito “non concesse” aiuta a comprendere meglio alcuni aspetti compositivi dell’autore. Questo breve passaggio in effetti, insieme ad altri piccoli accorgimenti (come la linea melodica della prima song volutamente sospesa o le scale veloci su bassi inusuali) mi ha fatto scorgere un’autentica ricerca di Fabio “di un altrove” non solo sonoro, ma anche compositivo.
Di un mondo che non dimentica il nostro e le sue tradizioni, ma ricerca il modo di volarsene via, vincere la gravità, orbitare intorno alla cara vecchia terra per alcuni istanti ed infine aprirsi all’infinito. Ma non dimenticando mai la propria identità, la propria partenza, le origini, sé stessi.
A noi decidere o meno di viaggiare in compagnia di Liberatori. Io in questo periodo lo faccio spesso. E quando di sera, fermo ad un semaforo, alzo gli occhi al cielo mentre il lettore esplode il tema di “The machine that won the war”, beh, a me pare proprio di essere lassù.
Grazie amico mio.
The Asimov Assembly
Tracklist
1 – Eyes do more than see
2 – Strikebreaker
3 – Nightfall
4 – Nobody here but...
5 – The Machine that won the war
6 – The Galaxy Stock Exchange
7 – My son, the physicist
8 – Insert knob A in hole B
9 – The up-to-date sorcerer
10 – Nightfall - reprise
Il meraviglioso video raccolto e commentato da Lucamadeus, mi ha fatto sovvenire quella volta che volli a tutti costi andare a vedere la Martha Argerich, che in occasione del Festival pianistico Benedetti Michelangeli nel 2000, venne a Bergamo, proprio per eseguire Rachmaninov.
Dopo poco tempo dagli eventi di quella (infausta) serata, mi fu chiesto di scrivere un breve articolo per un portale; articolo che fu cancellato con la cancellazione del portale stesso, avvenuta qualche anno dopo.
Quello che segue è l'articolo, reperibile anche su Scrivi.com.
Non ho voluto correggere eventuali errori o imprecisioni sintattiche. E nemmeno le bassezze dovute alla mia giovine età. Erano bei tempi comunque...
Mi piace naturalmente più per le tematiche che propone che per la tecnica di scrittura (praticamente insistente!).
Ringrazio in anticipo quindi chi arriverà in fondo a tutta questa povertà di sintassi, sperando che non senta di aver perso del tempo prezioso!
Per i Devil doll, io e demian ci stiamo attrezzando. Buona lettura!
Non è certo facile prendere una decisione come quella del Direttore del Festival Pianistico “Benedetti Michelangeli” di annullare la parte più attesa dell’ultimo concerto della stagione la cui protagonista era una certa una Martha Argerich: pianista! Voci di dissenso si sono infatti mescolate con polemiche e applausi liberatori nei suoi confronti. Tutto ciò perché il direttore della serata, Agostino Orizio, si è accasciato a terra durante il bis del Concerto per Clarinetto ed orchestra K.622 di Mozart.
Lo sconcerto generale è stato unanime. Un’esperienza che pochi dimenticheranno e di certo non la dimenticherà Alessandro Carbonare che di quel concerto era stato fino a quel momento l’indiscusso protagonista assieme al suo magico clarinetto.
La serata era partita nel migliore dei modi, non c’è che dire. Sono infatti arrivato nel parterre del teatro in perfetto orario per vederlo prima vuoto e poi pian piano riempirsi fino all’esaurimento di tutti i posti disponibili.
La Martha aveva fatto centro! Le luci si abbassano e la voce inconfondibile della Direttrice Artistica del Donizetti Sig.rina Zanoletti annunciano quello che dunque si prospettava l’apice di tutto il festival (cosa forse non vera in quanto il recital di lied di Olaf Bar e Helmut Deusth è stato meraviglioso…).
Entra l’orchestra, entra il direttore Orizio e il clarinettista Carbonare: applausi scroscianti per tutti. È un preludio all’ovazione che ci sarà all’entrata di Martha, lo si sente.
Il concerto attacca: l’allegro è diretto a tempo consueto e subito si nota quella particolare bravura del buon Agostino di non impastare troppo i suoni della sua orchestra e quindi di far risultare tutto splendidamente limpido e pulito (una benedizione quando si esegue Mozart!). Parte Alessandro e subito il suono ovattato del suo clarinetto riempie la sala. Ci sono momenti che il suono dà addirittura “fastidio” per gli armonici che il clarinettista riesce a far risuonare in teatro!
Dopo dodici impeccabili minuti si conclude l’allegro; parte l’Adagio: una delle pagine più celebri (a ragione) di Mozart.
Qui il clarinetto vola verso lidi sconosciuti… si libra in alto verso gli estremi delle possibilità espressive ed tonali dello strumento. La ripresa dei temi iniziali (in stile forma-sonata) è compiuta con un pianissimo del solista e dell’orchestra tale da risultare quasi inudibile. Inutile quindi tentare di spiegare l’emozione di risentire quei temi appena accennati risuonare nel Forte di tutti! Una meraviglia!
Il rondò risulta quasi di routine, ma l’estro melodico e il fraseggio del nostro Alessandro ce lo rende comunque frizzante e godibile.
Non c’è che dire, gran bel concerto e se ne sono accorti tutti visto che lo richiamano a gran voce. Si stanno scaldando le mani in attesa della dea, si capisce.
Carbonare, rientrato per l’ennesima volta ci guarda e dice: “Ritengo questo uno dei migliori concerti per clarinetto esistenti e il pezzo che prediligo è l’adagio: è celestiale!”. Applausi per le parole, ma soprattutto per il fatto che il maestro concertatore attacca subito con il gioiellino Mozartiano.
Alessandro è oramai senza concentrazione e gli attacchi non sono più così precisi; segno che ora aspetta la fine del concerto per godersi i meritati applausi finali…
MA…
Ma succede il fattaccio; a metà del secondo tema il maestro Orizio barcolla e cade rovinosamente alla sua destra. Il clarinetto smette subito, l’orchestra lo segue a ruota (curiosamente finiscono in tonica, come a voler bloccare degnamente il concerto…). Il primario del reparto di cardiologia dell’Ospedale di Bergamo sale sul palco immediatamente, seguito da forze dell’ordine e altre persone.
Ragazzi, una tragedia. Non perché la faccenda sia finita male (insomma… il maestro se l’è cavata con un femore fratturato, ma poteva andare peggio!), ma perché la musica che ha accompagnato la lenta ed inesorabile caduta del Maestro Agostino era sublime, era veramente la musica adatta per un momento di estasi suprema… come la morte. Una visione sublime di morte apparente.
Martha non ha suonato. E come dicevo all’inizio le voci di tristezza e preoccupazione si mescolavano con le inutili polemiche e le urla di rabbia dei più disgraziati fra gli uomini esistenti sulla faccia della terra.
E a me? È dispiaciuto? Beh, un poco di sicuro, come dispiaceva alle persone che mi hanno accompagnato e a coloro che si attendevano una serata memorabile. Cosa mi ha infastidito di più? Le polemiche che sono sorte in sala! Per spiegarmi meglio vi racconto un ultimo aneddoto: tempo fa ho letto dei giudizi scritti sul giornale mastro che si trovava all’uscita della mostra di pittura intitolata “la luce del vero” (dipinti di Caravaggio e della sua scuola). Erano critiche pensanti e pedanti, per niente costruttive, sorte dalla necessità di questi sconosciuti ignoranti di far vedere che se ne intendevano di arte: luce imperfetta, opere minori, ma come mai questo, come mai quello ecc. Valutazioni che nascevano da quella stupida eredità aristocratica che pretende il tutto dovuto e non riesce a cogliere gli sforzi che si celano dietro una qualsiasi attività o fatica artistica! Più li frequenti più comprendi che questi sono ambienti i cui utenti si dimostrano senza semplicità, senza sensibilità: egoisti di prima categoria!
Gli strascichi di diatribe di quella serata mi hanno lasciato questo sapore amaro ed è questa sensazione di delusione che mi ha spinto a scrivere questa piccola recensione. Mi domandavo allora (e oggi ancora) “Coloro che applaudivano Mozart insieme a me sono in realtà fetide carogne ambulanti?”, “sono anche io così, formato dalla stessa pasta, modellato con lo stesso stampino??!!”. Essermi sentito parte integrante di quel cimitero non mi ha fatto stare molto bene, ma (come logico) è molto meglio che il nostro caro Maestro stia bene e che quella serata, nella disgrazia, ci abbia regalato una riflessione importante. E ‘fanculo alla Martha: per lei certo non cambio idea!
In questo periodo sono subissato di pensieri, parole, images and words che potrebbero riempire benissimo parecchi posts.
Ma il risultato non cambia... tks. Quando non succede nulla, non scrivo nulla. Quando "ricevo" di tutto, non scrivo nulla.
Bel risultato.
Ma vorrei comunque fare un punto con voi, magari mi suggerite su quale argomento soffermarmi di più per poterne scrivere qualcosina di buono. No, scriverne qualcosina e basta.
Rubini, IL tenore. Beppe Demian (Res Rei, sempre lui), nativo e abitante in Romano di Lombardia, ha scoperto da pochissimo che il tenore "Gioan Batista" Rubini nato nel suo paese, maestro del belcanto ottocentesco e prediletto da Bellini, non era l'ultimo arrivato in fatto di emissione vocale e mi ha passato due tomi (di sole 600 pagine l'uno) nei quali vengono narrate le gesta, gli amori e l'arme di questo uomo che ha dato molto all'arte del canto lirico italiano.
Pro: ricomincerei a scrivere di lirica che manca dal blog da un bel pò (e anche dalla mia vita da qualche tempo, a dire il vero...)
Contro: le 1.200 pagine sopra citate, il mio poco entusiasmo per l'opera italiana ottocentesca e la paura di ripetere ilgià detto.
Van der Graaf Generator. Sempre Demian mi passa un album dei Van der Graaf con l'imperativo: "ascoltati il cantante e scrivine!". Peter Hanmill dunque. Innegabilmente dotato, incredibilmente bravo nella composizione progressive e particolare nel porgere la voce, il signore meriterebbe davvero una "scheda d'analisi vocale".
Pro: è un cantante che oggi è poco conosciuto ed è giusto scriverne qualcosa al riguardo
Contro: un album su 18 è forse un pò poco per farsi un idea abbastanza precisa del suo canto...
Mr. Doctor. Fare la recensione, anzi tessere le lodi, anzi sperticarsi in elogi, anzi fare inchini continui di fronte a quel capolavoro di prog opera conteporanea che risponde al nome di "Dies Irae", uscito oramai da qualche anno sotto il nome del gruppo da culto Devil Doll. L'orchestra è trattata in maniera egregia, la tonalità non è mai messa in discussione e i temi melodici sono semplicissimi, ma mai semplicistici. Inserti solistici di gran classe, atmosfera da vendere, un soprano che fa uno sprechesang da spavento e naturalmente Mr. Doctor: un artista semplicemente inquietante!
Pro: è un album ricchissimo, sul quale fare disertazioni di ogni sorta. Dal trattamento dell'orchestra al canto-parlato di Schonbergiana memoria e via dicendo.
Contro: poiché è un album ricchissimo, sul quale fare disertazioni di ogni sorta. Dal trattamento dell'orchestra al canto-parlato di Schonbergiana memoria e via dicendo, serve un mucchio di tempo!
... mi sto accorgendo ora che anche il mio interessamento ai Devil Doll deriva da Beppe Demian. Forse tutto sarebbe risolto non frequentandolo più!
Bah, troppo facile, troppo facile...
Ma non è tutto!
ENPALS: dal 1° gennaio coloro che hanno un altro ente previdenziale, non guadagnano con la musica più di 5.000 euro all'anno e dunque suonano per hobby (spesso, mooolto spesso benissimo!) non sono più obbligati a chiedere l'agibilità ENPALS per ogni concerto, concertino, evento, gig, act o live che dir si voglia. Finalmente!
Ehi! A dire il vero c'è poco da scrivere di questo argomento perchè credo siamo tutti d'accordo che era una emerita caxxata!
Quindi sul discorso Enpals ho già fatto il post! Anzi, lo concludo meglio linkandovi la dichiarazione di esonero (tasto destro + save as...) che può redarre il musicista interessato!
Good music!!!
Insomma... voi che dite? Cosa approfondiamo?
A presto e grazie!