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    Me, myself and I

    Musicologo, arrangiatore e tenore lirico apprezzato soprattutto in ambito liederistico e antico. Intraprende gli studi di canto sotto la guida di Giovanni Guerini dopo la vittoria ottenuta nell’ultima edizione del concorso nazionale "Festagiovani" nel 1998. Si avvia fin da subito al solismo dedicandosi parallelamente allo studio teorico della vocalità antica e delle sue prassi esecutive. Predilige repertori madrigalistici e sacri, nonchè il repertorio liederistico e della canzone americana d'autore. Con un passato da singer a fianco di importanti band della provincia di Bergamo, collabora da più di 10 anni con una band professionista di progressive rock (Minstrel) nella doppia veste di cantante e compositore. Con questa formazione
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    C'è poco da fare. In questi giorni sto ascoltando le registrazioni di Ahab dei Minstrel!

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    La salvezza vien dalla Germania
    giovedì, 22 maggio 2008
     E DA ILLUSTRI ANONIMI ITALIANI

    Dopo aver concluso con un misto di rassegnazione, sofferenza, curiosità e mal di testa il tomo sul "Da Vinci" (senza per altro cambiare idea, anzi!) mi sono ritrovato di fronte alla libreria di casa con la domanda: "E ora come mi sollevo dal baratro?".

    Risposta secca e convicente: serve un altro romanzo storico, ma scritto con le palle  e che si basi su ricerche con le contropalle!

    Cerco e ricerco e guarda un pò che ti trovo: Q di Luther Blissett (con due t "Sempre" ricordano i wu ming). Edizione ultraeconomica, acquistato circa 4 anni or sono, solo per la gioia di spendere decentemente 5 euro che "mi avanzavano", dimenticato sullo scaffale basso a lato destro della libreria.
    Apro e leggo il Prologo. Sembra un'illuminazione, una nuova strada della letteratura, queste due pagine sono semplici eppure tanto avvincenti rispetto alle prime 250 di Brown. E finalmente una frase che si gusta da principio alla fine; finalmente una frase che vale la pena rileggere; finalmente una frase veramente misteriosa che sai che scoprirai, forse, a libro finito: finalmente un libro.
    Ho letto poi al riguardo pareri discordanti. Chi l'ha adorato e chi l'ha trovato prolisso, chi illuminante, chi criptico. Io finora lo sto trovando assolutamente godibile, ben scritto e nonostante le molte mani sotto cui è passato prima della stampa (Luther Blisset = Wu Ming) assolutamente coerente nelle varie pagine redatte.
    Soprattutto dopo una bruttura come quella trascorsa.

    Ah, a proposito di robbe bbuone: Demian mi ha passato il nuovo lavoro degli Opeth. Ho ascoltato la prima, metà della seconda e  ho spento tutto decidendo di ascoltare il disco SOLO DOPO AVERLO ACQUISTATO. Perchè quando c'è gente che pensa, scrive, suona roba siffatta possedere il cd originale non è solo un'obbligo morale, ma letteralmente un piacere fisico.

    Stasera nuove prove del "Sogno...", che Oberon mi sia vicino.
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    In --- > arte, musica rock e metal, agenda musicale
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    Panacea d'idrogeno e ossigeno!
    martedì, 11 marzo 2008
    STUDENTESSI PER SEMPRE

    Leggo in giro per il web varie recensioni più o meno entusiastiche per il nuovo album di Elio e le storie tese.
    Il sottoscritto pensa che il gruppo stia evolvendo verso lidi musicali sempre più maturi, con una musica complessa e più propensa al sorriso dolce/amaro che alla risata sguaiata.
    E questo, a mio avviso, è vera crescita artistica e maturazione umana.
    In "studentessi" ci sono capolavori (Gargaroz, Parco Sempione), colpi di genio (Suicidio a sorpresa suddivisa con movimenti sinfonici), canzoni non riuscite (architetto in Grillo'style, piccoli brani che acquistano senso grazie ad un concept costruitoci sopra e non sulla musica stessa (la saga stagionale dei Ricordi).
    Ma due cose sono certe, anzi tre:
    1 - Elio e le storie tese sono uno dei pochi gruppi italiani che ha la possbilità di registrare un album e produrlo arricchendolo con parti musicali d'altissima classe. Se le possono permettere, sia per il pubblico che acquista i loro album che per la loro bravura personale di musicisti e compositori.
    2 - un album come "Studentessi" è manna nel panorama pop/rock (prog) stantio del mercatino italiano. Ben vengano 78 minuti di MUSICA con tutte le lettere maiuscole. Che poi ci siano idee più o meno azzeccate, banalità innalzate a genialate o meno resta un discone nella stanca patria discografia.
    3 - "Plafone" dimostra una volta per tutte che il progressive italiano non è morto, ha ancora tanto da dire, che è la via più bella per scrivere melodie orecchiabili, ma non banali, che l'armonia classica ha ancora tanto da insegnare ai coglioni del solito basso I_IV_V (vero GG?) e che Elio canta meglio di Albano perchè sa che in fondo cantare è ben altra cosa. Lui sorride e si diverte. E lo si sente benissimo.

    Grazie ragazzi e buon tour, io ci sarò sotto il palco di una delle date, contateci.
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    In --- > recensioni musicali, musica rock e metal
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    Teorema Townshend
    martedì, 20 novembre 2007
    OVVERO DELLA SENILITA' CONSAPEVOLE

    In questi giorni sto leggendo la bella biografia di Ivano Fossati dal titolo "Il Volatore", davvero ben scritta dal critico musicale Andrea Scanzi, per la Giunti Editore.
    A pagina 113 vengo a conoscenza di un presunto teorema sulla musica pop/rock, che suffraga molte delle mie personali riflessioni sul valore musicale dell'ignoranza nella giovinezza. Andrea lo spiega molto bene: "Parlavamo del "Teorema Townshend", secondo il quale si potrebbero scrivere le My generation soltanto a vent'anni, perché maturità e tempo che passa ti trasformeranno. [...] La sensualità di un ventenne è totale, c'è ancora una mancanza del senso del ridicolo. Soltanto allora si può superare la barriera e raggiungere la sublime incoscienza." 1
    I ventanni come assenza di senso d'autocritica, di immensa ignoranza capitalizzata a guadagno, convinzione di essere nel giusto da superare il ridicolo, "essere soltanto se stessi al punto da convincere gli altri" (sempre Scanzi).

    copertina del libro Ho un passato da rocker che viene spesso a trovarmi; anche ora, a trent'anni suonati e con una sufficente carriera bifronte (leggero/lirico) alle spalle. Un'esperienza che non rinnego, che mi ha dato tanto, dalla spontaneità e buona tranquillità sul palcoscenico ad un bagaglio di esperienze fondamentali, fra le quali spiccano le registrazioni dei due album fatti con i Minstrel.
    Ed è proprio ripensando a quel periodo, e confrontandolo con quello odierno, nel quale sono alle prese con l'ultimo (probabilmente "ultimo" in tutti i sensi) album del gruppo, che m'accorgo della verità di questo "effetto Townshend".
    Ripenso alle soluzioni armoniche intricate e assolutamente non conformi all'armonia classica, nate solo da prove continue; alla volontà di sperimentazione negli arrangiamenti che ha portato ad errori clamorosi, interpretati come "massima libertà" dagli ascoltatori tutti; all'atteggiamento strafottente nei confronti di qualsiasi canzone semplicemente "ben costruita" e che suonasse "alla solita maniera"; alla scrittura di un finale scritto per pianofote ed orchestra ricalcando le gesta del Quinto Concerto di Beethoven, quando le quinte parallele viaggiavano a braccietto con ogni mia idea; l'uso di una tastiera di poche lire per ricreare 16 parti orchestrali con la pretesa che suonassero "come quelle vere"; per non parlare dell'incoscienza di concepire, produrre e portare a termine un concept basato su un capolavoro universale di 1200 pagine e su un archetipo umano utilizzato dalle più grandi menti del mondo per parlarci di noi. Faust è stato tutto questo. Anzi, Faust E' tutto questo, perchè è stato eternato dall'incisione discografica. Ed è proprio quest'ultima che mi pone di fronte questi "peccati di gioventù" che però hanno tanto appassionato alcuni ascoltatori e recensori.
    E ripenso a cosa stiamo producendo ora, al nostro prossimo "Ahab". Ripenso alle armonie studiate per bene e solo in certi punti volutamente scardinate, che rendono tutto liscio come l'olio; alla comprensione del valore dell'arrangiamento e quindi all'utlizzo di tecniche classiche che fanno suonare bene la song eppure la rendono quasi anonima, la scrittura di un brano per orchestra stando attento a tutto, dalla dinamica all'armonia classica fino alla scelta delle articolazioni degli strumenti, usando un VST d'orchestra professionale, ma che non mi fa sentire completamente soddisfatto; la ripresa di un nuovo archetipo, meno "pesante" del precedente, ma che ti sembra di rovinare ad ogni battuta, ad ogni ritornello.

    Ora, è chiaro che Ahab suoni dieci volte meglio di Faust. E' chiaro che siamo cresciuti musicalmente parlando, tutti. Ed è vero che autoproducendoci stiamo curando ogni minimo particolare, ma la realtà è che sento di non poter dire più nulla di veramente nuovo, di inedito. Non perchè prima l'abbia fatto o ne abbia avuto la possibiltà e non l'abbia sfruttata. Ma perché ora in me c'è consapevolezza di quanto è stato già fatto, già scritto e già prodotto
    da altri e questo ha naturalmente ridimensionato enormemente la visione della mia preparazione e soprattutto l'originalità del mio estro, la sua comunicatività. Mi ha reso consapevole di essere semplicemente uno qualunque.
    Nonostante tutto continuo a scrivere? Nonostante tutto continuo a dire si, ad esempio, a Umberto Zanloetti di Teatro Minimo che mi cheide una collaborazione per un futuro musical a quattro mani? Si, perchè egoisticamente ho bisogno di buttare su cinque righi me stesso, dirò di più, ancor più egoisticamente di cercare di eternarmi lasciando qualcosa di meno fugace di una vita umana.

    Ma comprendo, sento, che un attimo magico è finito. L'attimo della sperimentazione, dei tentativi, delle composizioni selvaggie in preda all'alcol (e non solo), dell'entusiasmo per ogni accordo diminuito, della felice ignoranza che convinceva tutti, me stesso in primis.

    S'apre un nuovo fronte insomma. Ben venga, spero di "invecchiare" bene come certi autori di riferimento. Consapevole di essere vittima di questo presunto teorema, piglio la saccoccia e vado avanti.

    Tanto lo so che spesso, ancora oggi, mi basta una chitarra elettrica ad alto volume per sentire una scarica d'adrenalina lungo la schiena, pigliare il microfono darci dentro a più non posso, fottendomene letteralmente del pubblico.
    Momenti di volgare ignoranza.
    Davvero bei momenti.

    1 - Andrea Scanzi, "Ivano Fossati il volatore", pag. 113, edizioni Giunti, Firenze, 2006
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    In --- > arte, musica rock e metal, ivano fossati
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    Botta, risposta
    mercoledì, 31 ottobre 2007
    E CONTRORISPOSTA!

    Erano letteralmente due settimane che Davide attendeva una risposta su alcune questioni inerenti la pratica vocale e il suo studio. Alla prima mail avevo consigliato una lettura allo stesso del mio vecchio post dedicato agli acuti, ancora mancante di una spiegazione decente sullo stop-closure falsetto.
    Da questa è scaturita quindi un'altra mail alla quale ho finalmente risposto, forse in maniera fin troppo rapida rispetto a quanto richiestomi. Fatto sta che la risposta, letta fugacemente da Demian, ha scatenato in quest'ultimo una controrisposta di tutto rispetto.
    Con il consenso di tutti i partecipanti alla discussione, finora privata, pubblico il materiale trattato. Potrebbe eventualmente servire ad altre persone in cerca su web delle medesime risposte. O, attraverso anche commenti negativi circa lo scritto, per noi redattori dello stesso, "eterni studenti", che sappiamo di non sapere niente, ma che tentiamo di ribadire quello che crediamo d'aver compreso.
    Qual traccottanza....

    LA MAIL DI DAVIDE
    ntanto io ho letto il blog e devo dire che è stato piuttosto esaustivo. Capisco cosa intendi per mancanza di interpretazione, perchè conosco cantanti tecnicamente eccezionali, con buona estensione, che riescono a fare cose oggettivamente difficili lasciandoti indifferente. E sono d'accordo con te quando dici che l'estensione non è tra le migliori qualità di un cantante. Ma credo tu abbia già colto cosa mi spinge ad ampliare il mio raggio d'azione.
    Ho però ancora domande da farti.
    In primis ho appreso una tecnica che, cantando nasalmente, mi permette di arrivare molto in alto. E' una specie di falsetto nasale, che mi permette volumi molto maggiori rispetto a prima. Inoltre arrivo fino al fa# del 14mo tasto della chitarra. Però non è una voce che mi piace molto, perchè è aspra, poco armoniosa. Ricorda un pò quella di Kikko(sonata arctica), ad esempio in the misery, oppure timbricamente Dickinson in the evil that men do. Un amico mi ha detto che si tratta del passaggio. Può essere? e come si può rendere meno nasale la voce? Di mio sto riuscendo, piano piano a fondere questo registro con la voce di petto.
    Inoltre, dato che questa fusione avviene tra il fa# e il sol della prima corda della chitarra, questo mio amico mi ha detto che è probabile che sia un tenore, anche perchè si sente dal come parlo. Ti do un indirizzo da andare a vedere per sentirmi cantare, se ne hai voglia. www.myspace.com/omegagalvani la canzone è paradise, l'ho fatta con un dj, non è il mio genere ma sono aperto a tutto ciò che riguarda la musica. (L'ultima nota che canto nel bridge finale è sbagliata perchè è stata cambiata la melodia in seguito alla mia incisione, è una registraz un pò "artigianale" :-) ). Così mi puoi dare dritte e chiarire il mio dubbio: ossia sono un baritono o un tenore?
    Infine Bruce Dickinson cosa usa? Il falsettone? E tra il falsettone e il passaggio che differenza c'è? Ti ringrazio anticipatamente e ribadisco; quando hai tempo e quando hai voglia! Time is not what I lack!

    LA MIA RISPOSTA:
    Eccomi finalmente! Scusami la brevità delle mie risposte, spero di essere all'altezza delle domande! Maledetto tempo che non ho!
    Ho però ancora domande da farti.
    In primis ho appreso una tecnica che, cantando nasalmente, mi permette di arrivare molto in alto. E' una specie di falsetto nasale, che mi permette volumi molto maggiori rispetto a prima. Inoltre arrivo fino al fa# del 14mo tasto della chitarra. Però non è una voce che mi piace molto, perchè è aspra, poco armoniosa. Ricorda un pò quella di Kikko(sonata arctica), ad esempio in the misery, oppure timbricamente Dickinson in the evil that men do.
    Dunque l'utilizzo del naso è una tecnica di canto moderno oramai assodata. Praticamente si utilizza la cavità nasale come comodo APPOGGIO della voce stessa. E' detto brutalmente, non prendere come oro colato! E' proprio una tecnica e viene utilizzata da moltissimi. A parte ramazzotti che la usa in modo assolutamente sconsiderato, un buon prodotto è Renga. Peccato ora faccia canzoni di bassa lega e non abbia più la voce di una volta...
    Chiaramente il fatto che si utilizzi il naso come appoggio crea una nasalità a mio avviso assolutamente fastidiosa, anzi letteralmente distruttiva del timbro vocale. Ma questi sono miei pensieri. C'è chi nasalizza e vive felice. Io preferisco invece puntare ad amplificare il suono utilizzando ANCHE altre parti del viso! Senza arrivare quindi alla lirica, almeno cercare di far risuonare MOLTE PARTI del viso, non solo il naso.
    Ti credo che suona aspra, non armoniosa (perfetto termine: manca di armonici!).
    La tecnica può salvarti l'ugola visto che la posizione su cuii appoggi è alta e supera la gola (è il naso!), ma è risibile da un punto di vista timbrico. dipende molto anche dalla voce. C'è comunque gente che non usa nemmeno questa quindi tu sei già avanti di due spanne!
    Un amico mi ha detto che si tratta del passaggio.
    No. Il passaggio non è nient'altro che una tecnica che permette di unire due diversi registri (testa con petto e altre amneità) in modo omogeneo e coerente. Un acuto non è un passaggio, ma può essere PASSATO. Discorso complicato in linea teorica, molto meno in pratica. O meglio in pratica lo capisci subito, applicarlo invece...
    Può essere? e come si può rendere meno nasale la voce?
    Spostando letteralmente la posizione della voce dalla sola cavità nasale, verso l'indietro e l'alto!
    MA NON FARLO! Senza maestro non dovresti tentare nulla di veramente difficile come quello che ti ho scritto sopra! Perchè? Perchè senza il naso su cui appoggiare rischi di spostare la voce indietro e questa ti casca in GOLA senza dire A! Appena ti sposti dal naso SERVE APPOGGIO DIAFRAMMATICO con i contromaroni! E l'appoggio deriva da queste semplici domandine:
    1 - sai respirare di diaframama?
    2- DAVVERO?
    3 - una volta che contrai il diaframma ti sai appoggiare ad esso?
    4 - cioè sei rilassato a cantare?
    5 - varie ed eventuali...
    Di mio sto riuscendo, piano piano a fondere questo registro con la voce di petto.
    Complimenti, ma sappi che un conto è quello che ti SEMBRA di fare, un altro è quello che STAI facendo... io punterei senza fiatare ad una buona dose di lezioni, sorretta da altrettanta pazienza.
    Infine Bruce Dickinson cosa usa? Il falsettone?
    si
    E tra il falsettone e il passaggio che differenza c'è?
    ti ho già risposto prima sul passaggio. il falsettone è una tecnica che permette di amplificare gli acuti emessi in falsetto utilizzando risuonatori interni delle cavità del viso tipici della voce emessa in modo "normale". Il risultato è che la voce si ingrossa. Semplificazioni a nastro, scusa, scusa scusa!
    AH, attezione; siamo abituati, causa megamicorfoni e megacompressori, a voci che paiono SEMPRE A MANETTA!
    In realtà sentire certe voci senza un mic davanti sarebbe un'esperienza forse poco stimolante per te. Sono SEMPRE TUTTE moooolto basse di volume, nemmeno lontanamente paragonabili ad esempio ai volumi lirici! Ma sono così quelle tecniche: non urlare mai, e usare sempre "poca voce". discorso anche qui complesso, in realtà senza mic quelle tecniche non rendono affatto, ma dato che oramai non esiste voce senza mic ecco che hanno preso il sopravvento sulle altre più classiche, da me insegnate.
    Nulla di che, mica ce l'ho con loro. Anzi, a volte i risultati sonori di queste emissioni sono davvero entusiasmanti. Ma a me piace sentire la voce che viaggia in una chiesa senza mic... son fatto così.
    Naturalmente altri che seguono queste tecniche diranno che questa è una emerita cazzata e che la voce è sempre squillante e potente!
    Verissimo, non pensare che sia un sussuro.
    Dico solo che prima di utilizzare certe parole bisognerebbe sentire cosa intendo IO per potente. Poi probabilmente troverebbero altri aggenttiv, sempre positivi, ma certamente più consoni alla tecnica e allo stile usato.
    Ti ringrazio anticipatamente e ribadisco; quando hai tempo e quando hai voglia! Time is not what I lack!
    vero, ma a tutto c'è un limite!!! Scsuami l'attesa!

    LA PALLA A DEMIAN:
    che io sappia sta tecnica "del naso" è utilizzata dai cantanti rock che conosco io quando non ci stanno più dentro, quando sono un po' invecchiati e non prendono più le note con la facilità di un tempo. Vedi dickinson dopo due album (pota è così) vedì Ian Gillian ai tempi della reunion con blackmore nel 84 (sentire come canta perfect stranger)

    Personalemente ritengo il Dickinson di "the evil that men do" uno strazio, anche se non è che ci sia tanto naso a dirla tutta, c'è più gola e urletti amplificati ad hoc, live infatti è una schifezza merdosa e viene sommerso dalle chitarre. Non è una voce che viaggia... Quindi fossi io in lui abbandonerei alla svelta questa impostazione nasale. Non mi piacciono molto nemmeno i nasi del miglior Renga, anche se considero la voce davvero bella, anche oggi, e nemmeno acuti schiacciati così "davanti", come ti ho detto diverse volte a lezione; mi danno il senso di piatto,  sforzato, poco corposo... preferisco come è risaputo i falsettoni quelli belli grossi grossi grossi con tanta passione, e quindi spinti più indietro, oppure quelli stracazzuti incazzatissimi e squillanti, non con la voce "fine" alla sebastian bach (sembra un bambino), quelli lì, molto in voga nell'hard rock/street rock anni 80 mi fanno un po' ridere, quelli halla rob halford invece son tutto un altro mondo, anche quelli di Ian gillian mi piacciono di brutto, anche se riconosco quanto possano essere nocivi per le corde vocali, sono in gola, decisamente costretti, ma se la voce è bella e acuta (come la sua) per assurdo viene fuori davvero un bel suono squillante. E poi microfono o non microfono certe frequenze le senti eccome eheheh. Dipende tutto dal cantante. Una volta facciamo una prova, mettiamo la bidella in fondo al corridoio, tu fai il tuo cazzo do di petto, e io il cazzo di urlo alla child in time, e sentiamo che ci dice... secondo me son due voci diversissime ma che "corrono" a pari passo, una sarà più piena e ricca, come lo spostamento d'aria dopo un'esplosione, l'altra gli si infilerà e gli girerà intorno, come un serpente laser!
    Sti cazzi non avevo mai detto serpente laser...

    Poi certo che bla bla bla bla voi altri della lirica avete ragione perchè punto uno, punto due punto tre ect ect Però pota certe cose non le puoi fare come i maestri comandano. E' per quello che io sfrutto le vostre paranoie per migliorare le cose che non posso fare da solo, e me ne strafotto dei vostri insegnamenti quando devo sparare metallo nelle orecchie dell'impavido pubblico dei localini puzzoni della bassa.
    dighet?

    PS: a parte le battute potremmo farlo il confronto, però dobbiamo decidere quale è la tesi da confutare e/o appoggiare.

    RISPOSTA SUL CONFRONTO DEL SOTTOSCRITTO
    Credo che il punto non sia capire se il suono corre o meno. Piuttosto che TIPO di suono corre, qualitativamente parlando.
    Nel senso che i tuoi acuti per renderli utilizzabili in sede appropriata (sia esso live o studio) probabilmente (PROBABILMENTE DICO!) necessiteranno di eq più o meno pesanti, togliendo qua e amplificando là. Anche perchè le voci vanno sempre MIXATE nel gruppo, trovando per ogni strumento il proprio posto. Questo significa che comunque la tua voce (come ogni voce leggera) è fatta per poi essere spippolata. Nella lirica la voce NON è fatta per essere amplificata, deve sentirsi senza nessun tipo di spippolamento, varcare la soglia dell'udibile tramite l'amplificazione dei risuonatori naturali, cercare posizionamenti squillanti, mixarsi naturamente all'orchestra anche grazie al direttore dell'orchestra stessa.
    Quello che differisce pertanto è la qualità dell'emissione che deve uscire in principio, attraverso la ricerca di frequenza giuste, non tanto la quantità di volume della nota emessa. E con questo non voglio dire che  l'emissione lirica sia qualitativamente migliore ad una leggera. Dico solo che nascono per canoni acustici totalmente diversi. Difatti, pensamoci, il cantante lirico punta ad uniformare il proprio timbro vocale ad una emissione vocale comunemente accettata, perdendo nel contempo errori di emissione e l'estrema soggettività dell'utilizzo della propria voce. E' quindi un gran bene, ma anche un male se guardato da altri punti di vista.
    Il canto leggero spesso sopperisce alle carenze tecniche attraverso l'esasperazione di caratteristiche soggettive vocali. A volte è proprio l'esasperazione dell'errore, della madornalità, dell'orrore a creare un presunto artista. La nasalità perversa, abusata, invasiva, raccappricciante dell'eros nostrano ne è l'esempio più sublime. Altro che cantanti che si parano il c#*o. Qui c'è furbizia, mercato e alta finanza allo stato puro.

    Ma torniamo all'arte, vero tentato fulcro dell'intervento. E ripensiamo alla supposta qualità d'emissione durante l'esperimento. Come fare a stabilirla questa qualità? A mio avviso sono oggi giorno solo menate. Spesso è solo la nostra "tradizione cultural-musicale" a farci credere che sia più bella da ascoltare una voce emessa con accorgimenti lirici. Ci sono cioè quelle che il nostro Eco definiva "unità culturali" che ci ingannano facendoci apparire spesso per "naturale" ciò che invece andrebbe definito "tradizionalmente accettato e ricercato".
    Qesto è un discorso ampio, enorme anzi, tutt'ora dibattuto in seno alla musicologia contemporanea. Pure io su certe cose sono molto restio ad applicare questo estremo relativismo in certi ambiti musicali. Andrea Frova ad esempio, nel suo ottimo "armonia celeste e dodecafonia" teorizza che l'aspetto tonale della musica per l'uomo non sia il più tradizionalmente usato (pertanto il più accettato), ma il più naturale. Cioè il più vicino alla Musica, con la M maiscola, quella vetta inconoscibile di musica divina, quella che non può non farsi ascoltare, il canto degli angeli.
    Parere soggettivo, ma ben esposto, che naturalmente sfrutta l'insuccesso costante del genere dodecafonico. Lettura stimolante, ma mi ha creato più dubbi che certezze. Mi sembra una buona cosa questa.
    Tornando al canto credo invece che si possa affermare che oggi giorno la realtà sia questa: non c'è prassi migliore di un'altra, ma prassi consona ad uno stile o meglio accettata o meno per uno stile.
    Sono concesse, anzi ricercate, contaminazioni, esperimenti, incroci, sovrapposizioni fino a giungere alle corruzioni di generi e alle loro profanazioni!

    Non posso quindi che essere contento se Demian impara da me quello che vuol conoscere, comprende quello che sembra essere il mio percorso, ma ne cerca un altro personale. L'arte odierna non solo lo permette, ma lo richiede necessariamente.
    Sapevo d'altra parte che fosse intelligente.
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    Invertendo i fattori...
    lunedì, 15 gennaio 2007
    ...IL RISULTATO NON CAMBIA.

    In questo periodo sono subissato di pensieri, parole, images and words che potrebbero riempire benissimo parecchi posts.
    Ma il risultato non cambia... tks. Quando non succede nulla, non scrivo nulla. Quando "ricevo" di tutto, non scrivo nulla.
    Bel risultato.
    Ma vorrei comunque fare un punto con voi, magari mi suggerite su quale argomento soffermarmi di più per poterne scrivere qualcosina di buono. No, scriverne qualcosina e basta.

    Rubini, IL tenore. Beppe Demian (Res Rei, sempre lui), nativo e abitante in Romano di Lombardia, ha scoperto da pochissimo che il tenore "Gioan Batista" Rubini nato nel suo paese, maestro del belcanto ottocentesco e prediletto da Bellini, non era l'ultimo arrivato in fatto di emissione vocale e mi ha passato due tomi (di sole 600 pagine l'uno) nei quali vengono narrate le gesta, gli amori e l'arme di questo uomo che ha dato molto all'arte del canto lirico italiano.
    Pro: ricomincerei a scrivere di lirica che manca dal blog da un bel pò (e anche dalla mia vita da qualche tempo, a dire il vero...)
    Contro: le 1.200 pagine sopra citate, il mio poco entusiasmo per l'opera italiana ottocentesca e la paura di ripetere il già detto.

    Van der Graaf Generator. Sempre Demian mi passa un album dei Van der Graaf con l'imperativo: "ascoltati il cantante e scrivine!". Peter Hanmill dunque. Innegabilmente dotato, incredibilmente bravo nella composizione progressive e particolare nel porgere la voce, il signore meriterebbe davvero una "scheda d'analisi vocale".
    Pro: è un cantante che oggi è poco conosciuto ed è giusto scriverne qualcosa al riguardo
    Contro: un album su 18 è forse un pò poco per farsi un idea abbastanza precisa del suo canto...

    Mr. Doctor. Fare la recensione, anzi tessere le lodi, anzi sperticarsi in elogi, anzi fare inchini continui di fronte a quel capolavoro di prog opera conteporanea che risponde al nome di "Dies Irae", uscito oramai da qualche anno sotto il nome del gruppo da culto Devil Doll. L'orchestra è trattata in maniera egregia, la tonalità non è mai messa in discussione e i temi melodici sono semplicissimi, ma mai semplicistici. Inserti solistici di gran classe, atmosfera da vendere, un soprano che fa uno sprechesang da spavento e naturalmente Mr. Doctor: un artista semplicemente inquietante!
    Pro: è un album ricchissimo, sul quale fare disertazioni di ogni sorta. Dal trattamento dell'orchestra al canto-parlato di Schonbergiana memoria e via dicendo.
    Contro: poiché è un album ricchissimo, sul quale fare disertazioni di ogni sorta. Dal trattamento dell'orchestra al canto-parlato di Schonbergiana memoria e via dicendo, serve un mucchio di tempo!

    ... mi sto accorgendo ora che anche il mio interessamento ai Devil Doll deriva da Beppe Demian. Forse tutto sarebbe risolto non frequentandolo più!
    Bah, troppo facile, troppo facile...
    Ma non è tutto!

    ENPALS: dal 1° gennaio coloro che hanno un altro ente previdenziale, non guadagnano con la musica più di 5.000 euro all'anno e dunque suonano per hobby (spesso, mooolto spesso benissimo!) non sono più obbligati a chiedere l'agibilità ENPALS per ogni concerto, concertino, evento, gig, act o live che dir si voglia. Finalmente!
    Ehi! A dire il vero c'è poco da scrivere di questo argomento perchè credo siamo tutti d'accordo che era una emerita caxxata!
    Quindi sul discorso Enpals ho già fatto il post! Anzi, lo concludo meglio linkandovi la dichiarazione di esonero (tasto destro + save as...) che può redarre il musicista interessato!
    Good music!!!


    Insomma... voi che dite? Cosa approfondiamo?
    A presto e grazie!
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    Jeff Buckley - quasi una scheda tecnica
    giovedì, 09 novembre 2006

    ELOGIO DEL FALSETTO, ELOGIO DEL CUORE

    Mi capita spesso che un album entri prepotentemente nella mia vita musicale e ci resti per un lungo periodo di tempo. Mi ritrovo quindi ad ascoltarlo spesso, a cercarne le partiture, a carpirne i segreti, a trovare nuove soluzioni melodiche, armoniche e vocali, seguendone lo stile.
    In questo periodo mi è successo con Grace del pluriosannato Jeff Buckley.

    Jeff

    Vengo subito al dunque: questo mio post non vuole essere uno dei tanti articoli, reperibili su intenert, nei quali si incensa la vocalità di Jeff o che tenta una striminzita recensione di un album oramai nella leggenda.
    Ne possiedo le competenze necessarie per cercare di eliminare la muraglia mitologica sorta su questo album e sulla voce del suo principale autore.
    Non è certo per paura di un linciaggio da parte dei fans integralisti italiani, ma piuttosto una presa di coscienza del fatto che non posso sputare sentenze su un personaggio conosciuto da pochissimo tempo.
    Nonostante abbia letto molto di lui ora.
    Nonostante abbia ascoltato anche i live usciti postumi.
    Nonostante conosca bene il padre Tim.
    Non mi va.

    E allora di che scrivo? Perchè parlare ancora di Jeff?
    Perchè la sua vocalità ci permette di addentrarci specificatamente nel canto in falsetto, da lui tanto (bene!) utilizzato e dei problemi di omogeneità nei passaggi fra una vocalità incentrata nell'uso della voce di testa e l'altra, classica, di canto a voce piena. Attraverso le sue canzoni comprenderne i limiti, le specificità e le potenzialità.
    E allora cominciamo.

    Cominciamo dalla tecnica. Lasciamo da parte considerazioni su emozione, timbro, songwriting. Parliamo in primis di tecnica pura. E, come al solito, ricordo che quando parlo di tecnica mi riferisco alla scuola di pensiero classico, occidentale, applicata allo stile moderno.
    Quelle che seguono quindi sono critiche tecniche ad un cantante che spesso, volutamente, disdegnava la tecnica classica e il "bel suono", come fosse in ricerca di un effetto, non di un metodo.
    Tenetene conto, ve ne prego, durante la lettura delle righe seguenti.
    Cominciamo duqneu dicendo che non sono ancora riuscito a trovare nessuna fonte, in internet, che spieghi con certezza se il signor Jeff abbia mai studiato canto. La qual cosa non è di poco conto visto che il nostro vanta un uso straordinario della tecnica del falsetto , acerbo del falsettone e sbagliato della voce piena, la quale risulta spesso spoggiata.
    Non guardatemi storto, vedo di spiegarmi subito e lo faccio con un primo esempio.

    "Corpus Christi Carol" (1), brano dal testo di tradizione medioevale (a mio avviso egregio, qui una traduzione poco attendibile, ma in rete so che ne esiste un'altra ben più precisa), musicato dal compianto Britten e adattato per chitarra elettrica in clean e falsetto da Jeff.
    Quasi tutto il brano il cantante lo esegue con un filo di voce, usando una tonalità che permette un uso comodo del falsetto (che di solito avviene dopo il passaggio, per uno come Jeff sul MI - FA). Ma nel brano non mancano delle piccole sorprese: nella ripresa del terzo ritornello, Jeff accenna un timido falsettone, aumentando probabilmente la cavità, ma soprattutto cercando di cantare, semplicemente, più forte dei precedenti passaggi. La voce si fa meno "angelica", nonostante tutto sia ancora perfettamente in tema. Subito dopo riprende la strofa cantando a voce piena. Questa, rispetto al falsetto che dominava l'intero brano, risulta spoggiata, la voce si fa dura a causa delle posizioni molto basse.
    Una cosa sia chiara a tutti: quando in un brano l'utilizzo del falsetto è preponderante, tornare alle vocalità "ordinarie" non è cosa facile. C'è il rischio di intubare o peggio di accorgersi tardi d'aver cantato con un falsetto spoggiato e quindi aver "spostato" l'apparato fonatorio, costringendolo a stress inutili se non dannosi. Una song tutt'altro che facile dal punto di vista tecnico, e qualcuno mi potrebbe rimproverare che ho scelto con perfidia l'esempio.

    Ma se spostiamo l'attenzione su altre canzoni si noterà come le posizioni in voce piena non sono molto diverse rispetto a quelle del Carol sopra citato. Si ascoltino le parti in full voice durante l'esecuzione della celeberrima "Halleluja" di coheniana memoria. O l'inizio di "Lilac wine" (2), specialmente nel verso:

    "Gdim                     C
    When I think more than I want to think
    Cm                       Gm
    Do things I never should do"

    dove la voce risulta molto indietro di posizione, per poi innalzarsi nella seconda parte, quando riprende a cantare in pianissimo e in falsetto; non vi sembra che "spinga" rispetto alle frasi melodiche precedenti? O ancora le parti rock, di media altezza, in piena vocalità, , di "Eternal life", che a me paiono poco incisive, rispetto a quello che probabilmente era l'intenzione di Jeff.
    Vi sto già sentendo: "Insomma poco rock! Poco rock? POCO ROCK?! Il finale di Grace, finale di Graaaaaaaceeee!!!". Avete ragione, ma quello è puro falsettone, come dicevo a mio avviso ancora acerbo. Ci arriveremo. Qui si sta parlando di voce piena.
    Gli esempi pertanto sono svariati, ma non voglio tediarvi inutilmente. Quello che invece mi piacerebbe sottolineare è come questa carenza tecnica riesca ad essere compensata attraverso l'utilizzo del falsetto, ma soprattutto grazie alla consapevolezza di Jeff di essere in difficoltà in certe parti.
    Se c'è una cosa in cui Buckley non difettava era, di certo, l'intelligenza: sapeva dove poteva spingere, dove poteva diminuire, dove poter giocare, dove soprassedere, dove correggere. Un'intelligenza che gli ha permesso di diminuire drasticamente le parti tecnicamente più difficili per lui attraverso l'utilizzo di repentini cambiamenti di impostazione (pieno - falsetto - pieno - falsettone - sussurato pieno... si ascolti la seconda strofa di "The last goodbye"!) (3). Un'intelligenza che si ascolta durante le sessioni del Live at Sin-e, nelle quali non si spinge mai oltre al dovuto, rinunciando anche al famoso acuto finale di Grace, che invece risuona nelle versioni live dell'inutile (lasciatemelo dire) "Mystery white Boy".
    Intelligenza dunque, e conoscenza dei proprio limiti tecnici, è la prima grande lezione che il nostro Jeff ci offre con Grace.

    Ma non è finita.
    Passiamo al falsettone. E per farlo prendiamo proprio quel finale di Grace, da voi prima (probabilmente) citato. (4)
    Questo il testo:
    "And I feel them drown my name
    So easy to know and forget with this kiss
    But I'm not afraid to go but it goes so slow

    Wait in the fire... "
    Per gente che probabilmente non è avvezza all'uso del falsettone, dello stop-closure falsetto o come diavolo volete chiamarlo, è probabile che questo minuto di canzone faccia urlare al miracolo. Lo fa un pò di meno gente abituata a quella vocalità power/speed, che parte da Kiske, continua con André Matos e finisce oggi con quello straordinario tecnico che risponde al nome di Michele Luppi.
    A tutti coloro infatti, che sono abituati ad una vocalità simile e, lasciatemelo dire, sono abituati bene, il falsettone di Jeff pare lontano dalla perfezione formale, vagamente stridulo, alcuni arrischiano dicendo che è troppo povero di armonici. Io semplicemente dico che mi sembra acerbo. Poco curato, ecco.
    Cerchiamo di andare al di là del mito, della melodia splendida, dell'armonia elementare, ma originale e soffermatevi nuoivamente alla sola tecnica. Ascoltiamo le I: "and i feel..." è perfetta, poi la melodia si innalza e lo porta a "name" il quale in teoria andrebbe cantato con una lunga E stretta: "neeeeeim". Invece Jeff, non girando accuratamente la E corre il rischio di urlare per la troppa apertura, chiude pertanto passando subito sulla I, la quale comunque risente della posizione bassa e poco appoggiata dell'intera frase. Il risultato è, oltre a storpiare name in neiiiiiiiimmm (il che è il male minore), la frase melodica risulta vocalmente dura e la I a tratti stridula, sicuramente chiusa e non girata. Tecnicamente è una nota troppo "dritta", manca di cavità e di apertura interna.
    E lo è anche la I seguente: easy... to know (iiiiiiisiii...).
    Il canto si riscatta sull'ultimo verso ("but i'm not...), dove si apre a graffiati, in stile spiritual gospel, che attenuano di parecchio la sensazione di chiusura, proprio perchè tale procedimento vocale necessità di una grossa apertura. Inoltre sporcando volutamente il suono, perde di importanza il timbro vocale (prima "rovinato" dalla chiusura) e l'omogeneità richiesta a quest'ultimo.
    Gli acuti finali invece sono straordinariamente emozionati, fenomenali nell'uso del fiato ed è bellissimo l'uso che fa il nostro eroe della dissonanza (dovuta agli accordi che procedono per semitoni).
    Però, tecnicamente, confrontateli con la salita e l'acuto di Gregory Kunde, reperibile a
    questo indirizzo. Ecco, capisco che sono note diverse, momenti diversi, cosi via. Ma restate alla tecnica... quale vi sembra il canto più libero? Quale più angelico?

    E allora? Tutto questo per dire che in questo periodo sto ascoltando continuamente un album di un cantante poco tecnico?
    Non sia mai! Come vi dicevo qui si parla di mera tecnica, classica per giunta; ed inoltre, come già sopra richiamato, Jeff Buckley ricercava nell'uso della sua voce un messaggio, senza molto badare, a quanto pare, alla tecnica che permette di lanciarlo.
    Per favore, restiamo fermi ancora, per alcune brevi righe, alla tecnica fine a sé stessa, ben sapendo che così facendo si distrugge tutto il lavoro esecutivo e interpretativo di Jeff.
    Ma mi serve questa lunghissima analisi puramente tecnica per una conclusione che spero accontenti i più.

    Passiamo finalmente al falsetto. Allo splendido, meraviglioso falsetto di Buckley. A quelle emissioni che lo hanno reso celebre e che veramente lo fanno sembrare "angelico".
    La sua straordinaria forza è la facoltà di controllare la voce quando il canto si fa sussurrato e la dinamica spinge verso il pianissimo.
    Sembra un controsenso: la difficoltà che Jeff trova nelle note piene in tessitura (difficoltà che si riscontra, ripeto, nella sensazione di "note spinte" che lascia), scompaiono magicamente appena diminuisce la dinamica e subentra il falsetto.
    Presupponendo che non abbia fatto lezioni di canto o ne abbia fatte poche o abbia semplicemente imparato ascoltando quel grande genio vocale che era suo padre, possiamo concludere, con una forzatura, che il suo falsetto è assolutamente impostato naturalmente.
    Una fortuna di certo. E una cosa rara, sicuramente.
    Non è da tutti un finale lungo e sostenuto, in pianissimo, come si permette il nostro nella già citata "Halleluja" o la meravigliosa discesa melodica in "Lilac Wine" (5).
    Proprio quest'ultima offre la possibilità di comprendere a pieno le differenze fra le due vocalità di Buckley qui in questione: voce piena-falsetto.
    Il verso in questione è "[...]for my love".
    Le prime note sono in falsetto, toccano il sol, fa# scendono al Mi, Re. Queste due (probabilmente visto che vanno sotto il passaggio) si tramutano (è il caso di dirlo) in voce naturale, poi il canto si rialza e si ferma di nuovo sulla tonica (sol) in un falsetto luminoso e straordinario.
    Restiamo alla pura tecnica per ora vi prego: questo è un tipico esempio di una nota che in gergo viene definita "caduta". Il passaggio fra falsetto e voce naturale avviene con un salto, con uno stacco netto, che fa "cadere" la posizione della voce e quindi sporcando il timbro che diviene meno cristallino. Risalendo ripassa al falsetto e quindi ecco di nuovo apparire lo stacco, al contrario questa volta.
    Tecnicamente errato dunque.
    Ma il risultato?

    Il risultato.
    Ecco dunque la conclusione dell'analisi che aspettate da oramai troppe parole. Ecco la motivazione per cui quell'album non si schioda dalla mia autoradio da oramai 3 mesi. Ecco il perchè, in fin dei conti, ritengo Jeff Buckley uno dei cantanti più interessanti di sempre.
    Il risultato.
    E cioè: quello che la sua voce lascia trasparire, quello che la scelta delle emissioni disegna chiaro nella nostra mente, quello che la sua musica ci regala.
    Perchè se è vero che da una parte (quella tecnica) ci sono delle carenze (per altro risibili rispetto ai bassissimi standard attuali), dall'altra (quella, diciamo così, emozionale) c'è una carica di messaggi, di passione, di urgenza biografica da far impallidire un qualsiasi artista romantico.
    E tutto questo viene veicolato attraverso la voce del cantante e la sua duttilità espressiva.
    Jeff è uno che le cose te le dice in faccia. Non va per il sottile, non cerca delle maschere. Altrimenti non avrebbe mai trascurato questi piccoli errori tecnici
    La tecnica infatti è spesso usata a sproposito, deborda, straripa in tutti i fiati e trasforma una splendida emozione in una ottima esecuzione. Così la tecnica diviene Maschera di emozioni costruite ad arte, veicolo di sentimenti fasulli ed ipocriti!
    In Grace le ottime esecuzioni tecniche non sono molte.
    In Grace le splendide emozioni si sprecano. Tutto il disco è un'unica emozione, una carica straordinaria!

    Ed è questo il secondo insegnamento di Jeff, a mio avviso il più alto: la consapevolezza dell'importanza dell'emozione. Dela volontà di esprimersi. Dell'assoluta necessità di fare del canto, un'arte del tutto dedita all'ozium; fuori dai vincoli commerciali e dalle logiche di un'arte dedica al negozium e alle sue pretese (tecniche soprattutto).
    E allora il cantanto a voce piena nel "Corpus Chirsti..." diviene pianto sommesso, la frase finale di "Lilac wine" dolcissima malinconia che rende fragili, il finale di "Grace" un urlo convinto e insieme disperato.
    E cadono tutte le mie parole precedenti.
    Tutto diventa vano perchè è inutile contestare un'emozione.
    Ed è incontestabile che Jeff sia vero, che creda a quel che canta e non badi a come lo canta se non per fare in modo che l'atmosfera cercata con tenacia non si distrugga.
    Un tessitore di atmosfere! Ecco chi era a mio avviso Jeff Buckley.

    Quel che ci resta, infatti, è l'immagine sonora di un giovane cantante, anzi di un ragazzo che aveva moltissimo da dire e che stava trovando il modo migliore per dircelo. Il suo modo migliore.
    Prima che una stupida morte ce lo portasse via, creando un mito forse fin troppo esasperato e nel contempo privandoci di un novello Orfeo, di un vero cantore della propria anima.
    Di uno che aveva bisogno di esprimersi e sapeva farlo.
    Diciamolo vah: di un cantante onesto, sincero: "Cosa rara".

    Questo è un post lungo ed anomalo.
    Troppa tecnica per una recensione, troppo cuore per una scheda tecnica.
    Un post pressochè inutile eppure, a mio avviso, doveroso.

    Contenuto del file della Radio Blog "36 - Jeff Buckley - Grace's anatomy":
    1 - "Corpus Christi Carol" terza strofa e terzo ritornello
    2 - "Lilac wine" intro a voce piena
    3 - "The last goodbye" seconda strofa
    4 - "Grace" finale
    5 - "Lilac wine" finale

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    In --- > jeff buckley, musica rock e metal, musica 1900 2005
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    Abbassiamo le arie!
    lunedì, 24 luglio 2006
    QUESTIONI DI HERTZ

    “La corsa all'acuto a cui assistiamo da decenni, giustificata da taluni come espressione di libertà artistica, rischia di rendere impossibile la giusta interpretazione di capolavori come le sinfonie di Mozart, Haydn e Beethoven e potrebbe, stando alla testimonianza di famosi artisti lirici e direttori d'orchestra, portarci ad una situazione in cui tra qualche anno sarà sempre più difficile mettere in scena numerose opere liriche, per la mancanza di voci adatte al repertorio.
    La causa di questa situazione sta nella "libera fluttuazione del La".
    Nel 1884 il Governo dell'epoca emise un decreto per la normalizzazione del diapason ad un La(3) di 432 vibrazioni, che era stato richiesto da Giuseppe Verdi e dai musicisti italiani riuniti a congresso a Milano nel 1881. Il decreto è conservato al Conservatorio G. Verdi di Milano.
    In una lettera alla commissione musicale del Governo, riportata dal decreto del 1884, Giuseppe Verdi scrisse:
    "Fin da quando venne adottato in Francia il diapason normale, io consigliai venisse seguito l'esempio anche da noi; e domandai formalmente alle orchestre di diverse città d'Italia, fra le altre a quella della Scala, di abbassare il corista uniformandosi al normale francese. Se la Commissione musicale istituita dal nostro Governo crede, per esigenze matematiche, di ridurre le 435 vibrazioni del corista francese in 432, la differenza è così piccola, quasi impercettibile all'orecchio, ch'io aderisco di buon grado.
    Sarebbe grave, gravissimo errore adottare, come viene da Roma proposto, un diapason di 450. Io pure sono d'opinione con lei che l'abbassamento del corista non toglie nulla alla sonorità ed al brio dell'esecuzione; ma dà al contrario qualche cosa di più nobile, di più pieno e maestoso che non potrebbero dare gli strilli di un corista troppo acuto.
    Per parte mia vorrei che un solo corista venisse adottato in tutto il mondo musicale. La lingua musicale è universale: perché dunque la nota che ha nome La a Parigi o a Milano dovrebbe diventare un Si bemolle a Roma?"

    Il "diapason normale" (La=435) a cui si riferisce Verdi è quello conservato al Museo del Conservatorio nazionale di Parigi, mentre il cosiddetto "diapason scientifico", a cui si riferisce il decreto e che fu approvato all'unanimità al congresso dei musicisti italiani del 1881, è quello proposto dai fisici Sauveur, Meerens, Savart, e dagli scienziati italiani Montanelli e Grassi Landi e calcolato su un Do centrale (indice 3) di 256 cicli al secondo. E' importante sottolineare che la corsa all'acuto iniziò invece con l'adozione unilaterale di un La più alto (440 cicli) da parte delle bande militari russe ed austriache ai tempi di Wagner, e che tale diapason, pur non avendo alcuna giustificazione scientifica o basata sulle leggi delle voce umana, fu in seguito accettato per convenzione a Londra, nel 1939[...]”
    [1]
     
    [...]“L’accordatura alta degli strumenti stimola la celerità, cioè la rapidità del ritmo. Non soltanto, ma influisce sulla dinamica. Per quanto riguarda invece la voce umana, è evidente dalla tabella pubblicata su <Canto e Diapason che portando l’accordatura alta il passaggio di registro, che è un elemento fondamentale nella caratteristica vocale, viene pregiudicato. Questo perché i compositori, soprattutto del genere vocale, conoscevano perfettamente la voce umana e i passaggi di registro. E nella invenzione della melodia avevano particolare cura che certe fioriture non coincidessero con i passaggi di registro. In questo momento viviamo una fase di transizione, di passaggio tra un’abitudine all’accordatura alta e il tentativo di riconquistare l’accordatura originale. Il primo problema che si pone è quello di usare gli strumenti cosiddetti moderni per portarli all’accordatura bassa.”[2]

    Detto questo:

    -  Tenendo conto delle precedenti accordature utilizzate in campo rock che vedeva il La fluttuante in zone prossime al 415 Hertz;
     
     -  Avendo presente l'impianto strutturale delle canzoni del futuro album sarà molto rock, ma altresì legato alla tradizione teatrale lirica nazionale, dalla quale si impone un nuovo rigore filologico;

    -  Aderendo pienamente a quanto sopra citato;
     
    i Minstrel
    DELIBERANO

    che il prossimo album verrà registrato con diapason a 415 Hertz!


    [1] Tratto dal Disegno di Legge n. 1218, Senato della Repubblica X legislatura d’iniziativa dei senatori Boggio, Mezzapesa, Cappelli e Azzarà. Testo completo.
    [2] Arturo Sacchetti, intervento alla ConferenzaIinternazionale dello Schiller Institut tenutasi a Oberwesel (Germania) del 24 luglio 1999. Alcuni stralci.
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