Home » musica 1900 2005Tag correlati: musica rock e metal, miscellanea musicale, recensioni musicali, studio del canto, arte, attualità , teatro e musical, usignolo e imperatore, ciarpame vario, risposte a mail, studio ghibli, demian, agenda musicale, tecnologia, jeff buckley
mercoledì, 02 luglio 2008
ONORE A DYLAN
A fine maggio ho visto Bob Dylan in concerto a Bergamo.
E perchè ne parlo solo ora? Perché ho avuto l'occasione di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno al riguardo, perchè ho trovato due minuti per scrivere a tal proposito sul forum dei Res Rei, perchè mi sono confrontato anche con altri che a questo concerto c'erano e che condividono le mie banali ma sincere riflessioni, perchè ho giusto due minuti da perdere e altro non voglio perdere per un tale concerto.
Cominciamo subito a dire che mi è parso un concerto abbastanza onesto, anche se sicuramente breve. Il primo problema credo sia a mio parere, da quello che ho sentito, il sound del nostro eroe: rimasto esattamente quello di 10 - 15 (20!) anni fa. O meglio questo è il MIO primo problema, a quanto pare quasi nessuno dei suoi fans ritiene che questo lo sia. Ma lasciatemi spiegare il mio punto di vista.
10 - 15 anni mi sembrano un pò troppi per pensare che la sua poetica non si sia spostata di una virgola. Sia nel canto (ok, è un eufemismo), ma soprattuto nella musica. Non bisogna stravolgersi, ma a volte basterebbe avere il coraggio di osare con qualche passo "diverso".
E penso al "Ghost..." di Springsteen. O al "Live in dublin" dello stesso. Due produzioni assolutamente springsteeniane, ma comunque innovative per lo stesso personaggio.
Meglio che non parli perchè forse nemmeno la mia "poetica artistica" sta cambiando, ma c'è anche da dire che è difficile farla cambiare se non puoi vivere appieno la tua arte e questo non significa nemmeno fare il professionsita, oberato di allievi e impossibilitato nel fare qualsivoglia cosa a causa del poco tempo e dei soliti grattacapi musicali.
Silenzio, tempo libero, scambi artistici, letture, visioni, ascolti e viaggi. Questo come minimo è il bagaglio necessario.
Se non li hai è dura cambiare poetica, agire sul confronto, camminare.
E chi ha la possibilità di possedere questo bagaglio, di viverlo, sfruttarlo e non lo fa, scusate, ma a me suona come il peggiore degli svogliati.
Lode e onore a Bob Dylan, ma resto convinto che l'harakiri dei Samurai a questi livelli è il massimo. Se sai di non poter dire più nulla, di essere arrivato al tuo apice, forse è meglio... certo SE lo sai di non poter dire nulla. Se ti accontenti di sfracellare le tue vecchie song con nuovi arrangiamenti che nuovi non sono, che suonano falsamente d'alta classe, ma che denunciano una scarsità assoluta di prove (e ci può anche stare, basta che non si capisca), improvvisazioni imbarazzanti (parto io, parti tu, partiamo insieme? Boh, tanto a questi va bene tutto...), questa facciamola lentissima (si semplicemente lentissima), "like a rolling..." me tocca farla, ma almeno rendiamola irriconoscibile e altre varie amenità.
Concedetemi, alla luce di questo discorso di bassa lega, un'ultima considerazione: il cammino dell'arte è fatto di costante crescita e non posso pensare che uno, che ne so, come Pollini si senta arrivato! Uno che fa arte non può sentirsi arrivato, ma deve voler proseguire, continuare, perseverare, perseguire, camminare.
A me il buon Bob mi ha dato la sensazione di uno che ha smesso di camminare (almeno) 10 anni fa. Con buona pace dei suoi adepti che ritengono che qualsiasi cosa faccia è fatta da un semideo orfeico, intoccabile e inavvicinabile.
Ha tutto il diritto d'essere tale, di sentirsi tale, di fermarsi, di rendersi intoccabile, inavvicinabile. Come io ho il diritto di dire che mi dispiace vedere questo artista che non ha voglia di dire nulla e che se dice qualcosa, lo dice a sé stesso. E cioè che se l'arte è comunicazione quando questa manca arte non è. E se la comunicazione avviene solo con sé stessi è arte mancata, presunta, inconclusa perchè in questo caso non esiste quella caratteristica a mio avviso fondante e cioè la carità con la quale ci si dona, attraverso questa presunta arte. Ne ho già scritto spesso, ed eccoci finalmente con un pò di pratica.
Ho anche il diritto di sentirmi trattato malamente, come una pezza da piedi buona solo a sganciare i 50 euro necessari per ascoltare certe prodezze sulla tastiera (ehm) e a vedere quanto il principe non abbia più vogliadi cantarsi. E questo, concedetemelo, lo si vede lontano 100 metri e cioè più o meno la distanza che separava la mia persona insignificante con la sua importante figura, china sul microfono e svogliata come solo le migliori star sanno essere...
All'uscita un caro amico incontrato per caso, fanatico di Dylan, mi dice: "beh dai, un concerto onesto, stessa scaletta di tre anni fa"... cioè fatemi capire: stessa scaletta? Medesime canzoni di tre (dico tre) anni fa?! Non dico di fare come Springsteen che la cambia ad ogni spiffero di vento o sussurro di fan, ma questo è proprio il massimo.
Mi rompo le balle io a fare un concerto acustico uguale all'altro a distanza di un mesetto (anche più), mi immagino uno che fa una tournè. Però anche questo, scusate, mi pare una bella prova di pigrizia.
Alla fine il sottoscritto, accompagnato da una amica fidata pisana (per fortuna c'era lei, almeno mi sono divertito) siamo andati ad un pub ancora aperto per cena (tanto era prestissimo...). Qui la barista ha messo sull'impianto del locale "Desire" di Dylan.
Tutto il disco.
L'abbiamo riascoltato dall'inizio alla fine.
Beh, grazie Bob per tutto quello che hai fatto.
Che HAI fatto.
L'importanza del verbo nella lingua italiana...
PS: inutile dire come hanno recensito "l'evento" i giornali locali. Si vede che sono abituati a farsi trattare in un certo modo.
martedì, 08 gennaio 2008
DA NON PERDERE
Inizia questa settimana, su Radio3, lo storyville degli Area. Ieri prima puntata dedicata agli esordi del grande gruppo progressive italiano capitanato da Demetrio Stratos: dall'errore di copertina sul primo album (Statos) che ingenerò non poca confusione successivamente, ai primi concerti rigonfi di fischi e qualche sparuto applauso, causati soprattutto per le sperimentazioni vocali di Stratos.
Appuntamente sulle frequenze nazionali della più bella radio italiana alle ore 16:00 fino alle 16:30.
Come da titolo: da non perdere!
lunedì, 16 aprile 2007
PICCOLO CONVEGNO, TEMATICA ENORME
E così fu che Venerdi 13 aprile 2007, io insieme ad Alberto e altri amici musicisti siamo scesi in quel di Albino per un convegno avente il tema "Comporre oggi". Si prospettava un dialogo interessante e ricco su questa tematica veramente immensa. Tenendo presente che al convegno ci sarebbero stati presenti compositori ed esecutori per l'analisi di alcune loro partiture, l'aspettativa del sottoscritto era parecchia.
Beh, il tutto è stato veramente soddisfacente!
Alla fine dell'ottimo intervento del Maestro Davide Anzaghi, compositore e presidente della SIMC (Società Italiana di Musica Contemporanea) avevo mile e mille domande da porre ai molti compositori presenti e all'autorevole relatore.
Alla fine ne ho scelta e formulata una sola, dedicata ovviamente al canto.
Capisco che alcuni lettori si domanderanno di cosa si è parlato e discusso.
Molto del discorso del maestro si è concentrato sulla caduta della tonalità come ultimo impianto di forma musicale socialmente accettato e sull'avvento di nuove ricerche che però non sono mai stete accettate. Qui gli appunti di Anzaghi per una precedente lezione dallo stesso carattere tematico.
Questo e altri discorsi interessantissimi sono stati (più o meno) fedelmente registrati da Alberto con il suo fidato mp3rec, ma l'audio è comunque scadente per poterlo ascoltare con relativa tranquillità.
Naturalmente non promettiamo nulla, ma appena avremo il tempo di sbobinare le parti dell'intervento più interessanti, vedremo di postarle.
O qui o sul blog del bassista fusion bergamasco.
Quello che mi preme sottolineare, in questa introduzione al piccolo evento, è l'inaspettata presa di coscienza dei nuovi compositori dell'incomunicabilità delle opere avanguardistiche degli anni 50 - 60 e quindi dei valori negativi che questa voluta incapacità di comunicazione con il pubblico ha portato alla composizione moderna.
Il M° Anzaghi però ha voluto sottolineare che le sperimentazioni hanno portato i compositori ad una nuova consapevolezza del materiale armonico, melodico e formale e quindi si sono potute creare nuovi capolavori, senza giungere agli eccessi dei tempi avanguardistici.
Innegabile infatti che le composizioni ascoltate durante la serata fossero chiaramente più abbordabili di una qualsiasi sperimentazione, al limite dell'ineseguibilità, del periodo musicale citato.
Ma i tempi per un avvicinamento radicale alle nuove forme e alle nuove sonorità da parte degli ascoltatori è ancora lontano.
Queste e altre riflessioni nei prossimi post dedicati all'argomento, nei quali, sviscerando l'intervento registrato, vedrò di dire la mia e soprattutto di porre qui le domande che in quella sera non ho potuto fare.
Mi piacerebbe sapere le opinioni e le eventuali risposte di voi lettori.
A presto!
PS: non dimentico l'analisi dei Devil Doll. Mi piacerebbe però unirla a questa analisi visto che vocalmente Mr. Doctor si avvicina al modo di cantare voluto da Schoenberg: uno che con l'armonia faceva quel che voleva, ma che ha avuto la sua parte di colpa nella distruzione finale della forma armonica e nella discomunicazione con il pubblico; il quale poi, di conseguenza, si è reso più rigido nei confronti della novità, più chiuso nel recepire nuovi messaggi, più pigro nell'ascolto, sempre meno interessato alle integrazioni musicali di altri culture.
Abbiamo tutti le nostre colpe...
lunedì, 15 gennaio 2007
...IL RISULTATO NON CAMBIA.
In questo periodo sono subissato di pensieri, parole, images and words che potrebbero riempire benissimo parecchi posts.
Ma il risultato non cambia... tks. Quando non succede nulla, non scrivo nulla. Quando "ricevo" di tutto, non scrivo nulla.
Bel risultato.
Ma vorrei comunque fare un punto con voi, magari mi suggerite su quale argomento soffermarmi di più per poterne scrivere qualcosina di buono. No, scriverne qualcosina e basta.
Rubini, IL tenore. Beppe Demian (Res Rei, sempre lui), nativo e abitante in Romano di Lombardia, ha scoperto da pochissimo che il tenore "Gioan Batista" Rubini nato nel suo paese, maestro del belcanto ottocentesco e prediletto da Bellini, non era l'ultimo arrivato in fatto di emissione vocale e mi ha passato due tomi (di sole 600 pagine l'uno) nei quali vengono narrate le gesta, gli amori e l'arme di questo uomo che ha dato molto all'arte del canto lirico italiano.
Pro: ricomincerei a scrivere di lirica che manca dal blog da un bel pò (e anche dalla mia vita da qualche tempo, a dire il vero...)
Contro: le 1.200 pagine sopra citate, il mio poco entusiasmo per l'opera italiana ottocentesca e la paura di ripetere il già detto.
Van der Graaf Generator. Sempre Demian mi passa un album dei Van der Graaf con l'imperativo: "ascoltati il cantante e scrivine!". Peter Hanmill dunque. Innegabilmente dotato, incredibilmente bravo nella composizione progressive e particolare nel porgere la voce, il signore meriterebbe davvero una "scheda d'analisi vocale".
Pro: è un cantante che oggi è poco conosciuto ed è giusto scriverne qualcosa al riguardo
Contro: un album su 18 è forse un pò poco per farsi un idea abbastanza precisa del suo canto...
Mr. Doctor. Fare la recensione, anzi tessere le lodi, anzi sperticarsi in elogi, anzi fare inchini continui di fronte a quel capolavoro di prog opera conteporanea che risponde al nome di "Dies Irae", uscito oramai da qualche anno sotto il nome del gruppo da culto Devil Doll. L'orchestra è trattata in maniera egregia, la tonalità non è mai messa in discussione e i temi melodici sono semplicissimi, ma mai semplicistici. Inserti solistici di gran classe, atmosfera da vendere, un soprano che fa uno sprechesang da spavento e naturalmente Mr. Doctor: un artista semplicemente inquietante!
Pro: è un album ricchissimo, sul quale fare disertazioni di ogni sorta. Dal trattamento dell'orchestra al canto-parlato di Schonbergiana memoria e via dicendo.
Contro: poiché è un album ricchissimo, sul quale fare disertazioni di ogni sorta. Dal trattamento dell'orchestra al canto-parlato di Schonbergiana memoria e via dicendo, serve un mucchio di tempo!
... mi sto accorgendo ora che anche il mio interessamento ai Devil Doll deriva da Beppe Demian. Forse tutto sarebbe risolto non frequentandolo più!
Bah, troppo facile, troppo facile...
Ma non è tutto!
ENPALS: dal 1° gennaio coloro che hanno un altro ente previdenziale, non guadagnano con la musica più di 5.000 euro all'anno e dunque suonano per hobby (spesso, mooolto spesso benissimo!) non sono più obbligati a chiedere l'agibilità ENPALS per ogni concerto, concertino, evento, gig, act o live che dir si voglia. Finalmente!
Ehi! A dire il vero c'è poco da scrivere di questo argomento perchè credo siamo tutti d'accordo che era una emerita caxxata!
Quindi sul discorso Enpals ho già fatto il post! Anzi, lo concludo meglio linkandovi la dichiarazione di esonero (tasto destro + save as...) che può redarre il musicista interessato!
Good music!!!
Insomma... voi che dite? Cosa approfondiamo?
A presto e grazie!
giovedì, 09 novembre 2006
ELOGIO DEL FALSETTO, ELOGIO DEL CUORE
Mi capita spesso che un album entri prepotentemente nella mia vita musicale e ci resti per un lungo periodo di tempo. Mi ritrovo quindi ad ascoltarlo spesso, a cercarne le partiture, a carpirne i segreti, a trovare nuove soluzioni melodiche, armoniche e vocali, seguendone lo stile.
In questo periodo mi è successo con Grace del pluriosannato Jeff Buckley.

Vengo subito al dunque: questo mio post non vuole essere uno dei tanti articoli, reperibili su intenert, nei quali si incensa la vocalità di Jeff o che tenta una striminzita recensione di un album oramai nella leggenda.
Ne possiedo le competenze necessarie per cercare di eliminare la muraglia mitologica sorta su questo album e sulla voce del suo principale autore.
Non è certo per paura di un linciaggio da parte dei fans integralisti italiani, ma piuttosto una presa di coscienza del fatto che non posso sputare sentenze su un personaggio conosciuto da pochissimo tempo.
Nonostante abbia letto molto di lui ora.
Nonostante abbia ascoltato anche i live usciti postumi.
Nonostante conosca bene il padre Tim.
Non mi va.
E allora di che scrivo? Perchè parlare ancora di Jeff?
Perchè la sua vocalità ci permette di addentrarci specificatamente nel canto in falsetto, da lui tanto (bene!) utilizzato e dei problemi di omogeneità nei passaggi fra una vocalità incentrata nell'uso della voce di testa e l'altra, classica, di canto a voce piena. Attraverso le sue canzoni comprenderne i limiti, le specificità e le potenzialità.
E allora cominciamo.
Cominciamo dalla tecnica. Lasciamo da parte considerazioni su emozione, timbro, songwriting. Parliamo in primis di tecnica pura. E, come al solito, ricordo che quando parlo di tecnica mi riferisco alla scuola di pensiero classico, occidentale, applicata allo stile moderno.
Quelle che seguono quindi sono critiche tecniche ad un cantante che spesso, volutamente, disdegnava la tecnica classica e il "bel suono", come fosse in ricerca di un effetto, non di un metodo.
Tenetene conto, ve ne prego, durante la lettura delle righe seguenti.
Cominciamo duqneu dicendo che non sono ancora riuscito a trovare nessuna fonte, in internet, che spieghi con certezza se il signor Jeff abbia mai studiato canto. La qual cosa non è di poco conto visto che il nostro vanta un uso straordinario della tecnica del falsetto , acerbo del falsettone e sbagliato della voce piena, la quale risulta spesso spoggiata.
Non guardatemi storto, vedo di spiegarmi subito e lo faccio con un primo esempio.
"Corpus Christi Carol" (1), brano dal testo di tradizione medioevale (a mio avviso egregio, qui una traduzione poco attendibile, ma in rete so che ne esiste un'altra ben più precisa), musicato dal compianto Britten e adattato per chitarra elettrica in clean e falsetto da Jeff.
Quasi tutto il brano il cantante lo esegue con un filo di voce, usando una tonalità che permette un uso comodo del falsetto (che di solito avviene dopo il passaggio, per uno come Jeff sul MI - FA). Ma nel brano non mancano delle piccole sorprese: nella ripresa del terzo ritornello, Jeff accenna un timido falsettone, aumentando probabilmente la cavità, ma soprattutto cercando di cantare, semplicemente, più forte dei precedenti passaggi. La voce si fa meno "angelica", nonostante tutto sia ancora perfettamente in tema. Subito dopo riprende la strofa cantando a voce piena. Questa, rispetto al falsetto che dominava l'intero brano, risulta spoggiata, la voce si fa dura a causa delle posizioni molto basse.
Una cosa sia chiara a tutti: quando in un brano l'utilizzo del falsetto è preponderante, tornare alle vocalità "ordinarie" non è cosa facile. C'è il rischio di intubare o peggio di accorgersi tardi d'aver cantato con un falsetto spoggiato e quindi aver "spostato" l'apparato fonatorio, costringendolo a stress inutili se non dannosi. Una song tutt'altro che facile dal punto di vista tecnico, e qualcuno mi potrebbe rimproverare che ho scelto con perfidia l'esempio.
Ma se spostiamo l'attenzione su altre canzoni si noterà come le posizioni in voce piena non sono molto diverse rispetto a quelle del Carol sopra citato. Si ascoltino le parti in full voice durante l'esecuzione della celeberrima "Halleluja" di coheniana memoria. O l'inizio di "Lilac wine" (2), specialmente nel verso:
"Gdim C
When I think more than I want to think
Cm Gm
Do things I never should do"
dove la voce risulta molto indietro di posizione, per poi innalzarsi nella seconda parte, quando riprende a cantare in pianissimo e in falsetto; non vi sembra che "spinga" rispetto alle frasi melodiche precedenti? O ancora le parti rock, di media altezza, in piena vocalità, , di "Eternal life", che a me paiono poco incisive, rispetto a quello che probabilmente era l'intenzione di Jeff.
Vi sto già sentendo: "Insomma poco rock! Poco rock? POCO ROCK?! Il finale di Grace, finale di Graaaaaaaceeee!!!". Avete ragione, ma quello è puro falsettone, come dicevo a mio avviso ancora acerbo. Ci arriveremo. Qui si sta parlando di voce piena.
Gli esempi pertanto sono svariati, ma non voglio tediarvi inutilmente. Quello che invece mi piacerebbe sottolineare è come questa carenza tecnica riesca ad essere compensata attraverso l'utilizzo del falsetto, ma soprattutto grazie alla consapevolezza di Jeff di essere in difficoltà in certe parti.
Se c'è una cosa in cui Buckley non difettava era, di certo, l'intelligenza: sapeva dove poteva spingere, dove poteva diminuire, dove poter giocare, dove soprassedere, dove correggere. Un'intelligenza che gli ha permesso di diminuire drasticamente le parti tecnicamente più difficili per lui attraverso l'utilizzo di repentini cambiamenti di impostazione (pieno - falsetto - pieno - falsettone - sussurato pieno... si ascolti la seconda strofa di "The last goodbye"!) (3). Un'intelligenza che si ascolta durante le sessioni del Live at Sin-e, nelle quali non si spinge mai oltre al dovuto, rinunciando anche al famoso acuto finale di Grace, che invece risuona nelle versioni live dell'inutile (lasciatemelo dire) "Mystery white Boy".
Intelligenza dunque, e conoscenza dei proprio limiti tecnici, è la prima grande lezione che il nostro Jeff ci offre con Grace.
Ma non è finita.
Passiamo al falsettone. E per farlo prendiamo proprio quel finale di Grace, da voi prima (probabilmente) citato. (4)
Questo il testo:
"And I feel them drown my name
So easy to know and forget with this kiss
But I'm not afraid to go but it goes so slow
Wait in the fire... "
Per gente che probabilmente non è avvezza all'uso del falsettone, dello stop-closure falsetto o come diavolo volete chiamarlo, è probabile che questo minuto di canzone faccia urlare al miracolo. Lo fa un pò di meno gente abituata a quella vocalità power/speed, che parte da Kiske, continua con André Matos e finisce oggi con quello straordinario tecnico che risponde al nome di Michele Luppi.
A tutti coloro infatti, che sono abituati ad una vocalità simile e, lasciatemelo dire, sono abituati bene, il falsettone di Jeff pare lontano dalla perfezione formale, vagamente stridulo, alcuni arrischiano dicendo che è troppo povero di armonici. Io semplicemente dico che mi sembra acerbo. Poco curato, ecco.
Cerchiamo di andare al di là del mito, della melodia splendida, dell'armonia elementare, ma originale e soffermatevi nuoivamente alla sola tecnica. Ascoltiamo le I: "and i feel..." è perfetta, poi la melodia si innalza e lo porta a "name" il quale in teoria andrebbe cantato con una lunga E stretta: "neeeeeim". Invece Jeff, non girando accuratamente la E corre il rischio di urlare per la troppa apertura, chiude pertanto passando subito sulla I, la quale comunque risente della posizione bassa e poco appoggiata dell'intera frase. Il risultato è, oltre a storpiare name in neiiiiiiiimmm (il che è il male minore), la frase melodica risulta vocalmente dura e la I a tratti stridula, sicuramente chiusa e non girata. Tecnicamente è una nota troppo "dritta", manca di cavità e di apertura interna.
E lo è anche la I seguente: easy... to know (iiiiiiisiii...).
Il canto si riscatta sull'ultimo verso ("but i'm not...), dove si apre a graffiati, in stile spiritual gospel, che attenuano di parecchio la sensazione di chiusura, proprio perchè tale procedimento vocale necessità di una grossa apertura. Inoltre sporcando volutamente il suono, perde di importanza il timbro vocale (prima "rovinato" dalla chiusura) e l'omogeneità richiesta a quest'ultimo.
Gli acuti finali invece sono straordinariamente emozionati, fenomenali nell'uso del fiato ed è bellissimo l'uso che fa il nostro eroe della dissonanza (dovuta agli accordi che procedono per semitoni).
Però, tecnicamente, confrontateli con la salita e l'acuto di Gregory Kunde, reperibile a questo indirizzo. Ecco, capisco che sono note diverse, momenti diversi, cosi via. Ma restate alla tecnica... quale vi sembra il canto più libero? Quale più angelico?
E allora? Tutto questo per dire che in questo periodo sto ascoltando continuamente un album di un cantante poco tecnico?
Non sia mai! Come vi dicevo qui si parla di mera tecnica, classica per giunta; ed inoltre, come già sopra richiamato, Jeff Buckley ricercava nell'uso della sua voce un messaggio, senza molto badare, a quanto pare, alla tecnica che permette di lanciarlo.
Per favore, restiamo fermi ancora, per alcune brevi righe, alla tecnica fine a sé stessa, ben sapendo che così facendo si distrugge tutto il lavoro esecutivo e interpretativo di Jeff.
Ma mi serve questa lunghissima analisi puramente tecnica per una conclusione che spero accontenti i più.
Passiamo finalmente al falsetto. Allo splendido, meraviglioso falsetto di Buckley. A quelle emissioni che lo hanno reso celebre e che veramente lo fanno sembrare "angelico".
La sua straordinaria forza è la facoltà di controllare la voce quando il canto si fa sussurrato e la dinamica spinge verso il pianissimo.
Sembra un controsenso: la difficoltà che Jeff trova nelle note piene in tessitura (difficoltà che si riscontra, ripeto, nella sensazione di "note spinte" che lascia), scompaiono magicamente appena diminuisce la dinamica e subentra il falsetto.
Presupponendo che non abbia fatto lezioni di canto o ne abbia fatte poche o abbia semplicemente imparato ascoltando quel grande genio vocale che era suo padre, possiamo concludere, con una forzatura, che il suo falsetto è assolutamente impostato naturalmente.
Una fortuna di certo. E una cosa rara, sicuramente.
Non è da tutti un finale lungo e sostenuto, in pianissimo, come si permette il nostro nella già citata "Halleluja" o la meravigliosa discesa melodica in "Lilac Wine" (5).
Proprio quest'ultima offre la possibilità di comprendere a pieno le differenze fra le due vocalità di Buckley qui in questione: voce piena-falsetto.
Il verso in questione è "[...]for my love".
Le prime note sono in falsetto, toccano il sol, fa# scendono al Mi, Re. Queste due (probabilmente visto che vanno sotto il passaggio) si tramutano (è il caso di dirlo) in voce naturale, poi il canto si rialza e si ferma di nuovo sulla tonica (sol) in un falsetto luminoso e straordinario.
Restiamo alla pura tecnica per ora vi prego: questo è un tipico esempio di una nota che in gergo viene definita "caduta". Il passaggio fra falsetto e voce naturale avviene con un salto, con uno stacco netto, che fa "cadere" la posizione della voce e quindi sporcando il timbro che diviene meno cristallino. Risalendo ripassa al falsetto e quindi ecco di nuovo apparire lo stacco, al contrario questa volta.
Tecnicamente errato dunque.
Ma il risultato?
Il risultato.
Ecco dunque la conclusione dell'analisi che aspettate da oramai troppe parole. Ecco la motivazione per cui quell'album non si schioda dalla mia autoradio da oramai 3 mesi. Ecco il perchè, in fin dei conti, ritengo Jeff Buckley uno dei cantanti più interessanti di sempre.
Il risultato.
E cioè: quello che la sua voce lascia trasparire, quello che la scelta delle emissioni disegna chiaro nella nostra mente, quello che la sua musica ci regala.
Perchè se è vero che da una parte (quella tecnica) ci sono delle carenze (per altro risibili rispetto ai bassissimi standard attuali), dall'altra (quella, diciamo così, emozionale) c'è una carica di messaggi, di passione, di urgenza biografica da far impallidire un qualsiasi artista romantico.
E tutto questo viene veicolato attraverso la voce del cantante e la sua duttilità espressiva.
Jeff è uno che le cose te le dice in faccia. Non va per il sottile, non cerca delle maschere. Altrimenti non avrebbe mai trascurato questi piccoli errori tecnici
La tecnica infatti è spesso usata a sproposito, deborda, straripa in tutti i fiati e trasforma una splendida emozione in una ottima esecuzione. Così la tecnica diviene Maschera di emozioni costruite ad arte, veicolo di sentimenti fasulli ed ipocriti!
In Grace le ottime esecuzioni tecniche non sono molte.
In Grace le splendide emozioni si sprecano. Tutto il disco è un'unica emozione, una carica straordinaria!
Ed è questo il secondo insegnamento di Jeff, a mio avviso il più alto: la consapevolezza dell'importanza dell'emozione. Dela volontà di esprimersi. Dell'assoluta necessità di fare del canto, un'arte del tutto dedita all'ozium; fuori dai vincoli commerciali e dalle logiche di un'arte dedica al negozium e alle sue pretese (tecniche soprattutto).
E allora il cantanto a voce piena nel "Corpus Chirsti..." diviene pianto sommesso, la frase finale di "Lilac wine" dolcissima malinconia che rende fragili, il finale di "Grace" un urlo convinto e insieme disperato.
E cadono tutte le mie parole precedenti.
Tutto diventa vano perchè è inutile contestare un'emozione.
Ed è incontestabile che Jeff sia vero, che creda a quel che canta e non badi a come lo canta se non per fare in modo che l'atmosfera cercata con tenacia non si distrugga.
Un tessitore di atmosfere! Ecco chi era a mio avviso Jeff Buckley.
Quel che ci resta, infatti, è l'immagine sonora di un giovane cantante, anzi di un ragazzo che aveva moltissimo da dire e che stava trovando il modo migliore per dircelo. Il suo modo migliore.
Prima che una stupida morte ce lo portasse via, creando un mito forse fin troppo esasperato e nel contempo privandoci di un novello Orfeo, di un vero cantore della propria anima.
Di uno che aveva bisogno di esprimersi e sapeva farlo.
Diciamolo vah: di un cantante onesto, sincero: "Cosa rara".
Questo è un post lungo ed anomalo.
Troppa tecnica per una recensione, troppo cuore per una scheda tecnica.
Un post pressochè inutile eppure, a mio avviso, doveroso.
Contenuto del file della Radio Blog "36 - Jeff Buckley - Grace's anatomy":
1 - "Corpus Christi Carol" terza strofa e terzo ritornello
2 - "Lilac wine" intro a voce piena
3 - "The last goodbye" seconda strofa
4 - "Grace" finale
5 - "Lilac wine" finale
martedì, 14 febbraio 2006
"BASTA INTUIRE CHE E' ANCHE TROPPO..."
Che la produzione sia opera di un batterista e di un pianista è lampante fin dal primo ascolto: è una musica viva, dinamica, basata su piccoli inserti strumentali calcolati e da arrangiamenti d'alta classe; eppure è musica minimalista, senza ricerche sonore extra-europee anzi, oserei dire, extra-italiane; musica raffinata, moderna nell'utilizzo dei suoni elettronici eppure tanto anni '80 in alcuni sapienti passaggi; è il solito album di Fossati, consono, tradizionale... eppure spesso polemico, attuale e con alcune idee innovative. E' "L'arcangelo", il nuovo disco di Ivano Fossati. Come fare a esprimere un'opinione coerente con questo melting-pop di idee? Forse nel peggiore dei modi: analizzando canzone per canzone e mettendo nero su bianco le sensazioni e le impressioni avute.
1) Ho trovato una strada: percussioni, chitarre acustiche e chitarre elettriche in clean danno il via a questo nuovo lavoro. Una scelta azzeccata quella d'iniziare l'album con una tale canzone: pian piano si aggiungono nuovi strumenti (basso e hammond, la voce, la batteria acustica!) formando dopo poco più di un minuto un'esaltante cavalcata sonora, che porta direttamente al ritornello easy-listening, sostenuto esso stesso da una figura ritmica ossessiva sul battere delle battute. Una canzone molto live, arrangianta in modo classico, che si innalza di tonalità pian piano, usando le consuete formule armoniche di Fossati (di solito d'una terza minore: esempio da DO maggiore a Mib maggiore) ed interpretative (come il canto prepotentemente esagerato di consonanti: "annnnch'io") Suoni incredibilmente dinamici e nitidissimi. Lode certo al lavoro di mixaggio, ma non dimentichiamo che al recording è stata di nuovo chiamata la dea Marti Jane Robertson, e cioè colei che con spaventoso talento, mixò in modo tanto superbo i live del tour acustico degli scorsi anni. Il nome è una garanzia e la registrazione risulta infatti capace di cogliere anche la più lieve sfumatura da ogni strumento (incredibile il contrabbasso nelle canzoni successive, che pare suonato di fronte all'ascoltatore!). 2) Denny: e si parla proprio di sfumature in questa delicata canzone scritta a due mani. La musica è di Pietro Cantarelli, il testo è di Ivano Fossati. Al primo ascolto la song suona scontata in certi punti, tranne che per l'inizio di strofa con l'accordo di settima che movimenta il passaggio armonico in modo forse non innovativo, ma certo poco tradizionale. Ma dopo alcuni ascolti la canzone ti conquista proprio per questa semplicità. Ed lo fa proprio perchè tutti in qualche modo sono tenuti a bada: dall'arrangiamento sobrio e giocato solo sulle dinamiche (e qui il figlio dell'autore, Claudio Fossati, alle pelli fa miracoli!) fino al testo, chiaro e ben costruito; dal mixing senza variazione di volumi, alla melodia facile-facile; tutto sembra puntare alla semplicità d'esecuzione! Eppure quanta meravigliosa passione ad ogni nota, ad ogni respiro musicale, ad ogni frase. Semplicemente deliziosa. 3) Cara democrazia: sarà anche il primo singolo dell'album, ma a me questa canzone non conquista affatto! Si, il testo è buonissimo, la musica tenta di essere trascinate, la melodia in ottavi pure. Eppure, eppure a me manca la sensazione di carica emotiva. Forse perchè questo slow-rock manca proprio di forza rock, forse troppe chitarre non distorte, o forse troppo pop in certi punti (ad esempio non capisco l'inserto orchestrale centrale). O forse non piace a me; punto e basta. 4) L'Amore fa: ancora semplicità, ancora suoni incredibilmente presenti e nitidi, ancora un testo diretto e meraviglioso. Una delle canzoni che preferisco dell'intero album. Perchè ha delle pause musicali nel testo calcolate in modo incredibile, perchè è tutto un gioco di dinamiche e d'arrangiamento, perchè tutti suonano pochissimo e il risultato è enorme, perchè è una canzone d'autore in senso pieno. Bella, bella davvero! Durante il concerto che Fossati tenne nel 2004 a Varese ricordo che disse, riferendosi a "il bacio sulla bocca" di Lampo viaggiatore: "è l'unica mia canzone d'amore con il sorriso sulle labbra, teniamocela stretta!". Ora le canzoni sono due, ma la richiesta a mio avviso non cambia affatto! 5) L'arcangelo: e se qualcuno pensava che oramai Fossati avesse archiviato per sempre il sound e le atmosfere leggere degli anni 80 e della sua vecchia banda che "suona il rock", qui si dovrà ricredere. Primo perchè nel libretto dell'album è contenuta l'intera discografia dell'autore e in bella vista spiccano i primissimi album, forse troppo spesso dimenticati. Secondo per questa canzone! Ma quanti anni sono passati rispetto agli esordi rock... questa canzone è adulta, matura, con un testo meraviglioso e attualissimo (e figlio della riflessione della precedente "Pane e coraggio", sempre da Lampo viaggiatore); una song con melodia semplice, ritornello con consueto cambio di tonalità, ma dal ritmo indiavolato, seguito da un riff chitarristico esotico e travolgente. Superiore di molto a "cara democrazia"! 6) Il battito: per uno dei migliori testi dell'album ecco subentrare le ritmiche elettroniche prodotte dal figlio Claudio. Per chi è abituato alle peripezie acrobatiche percussive di batteristi come Zonder (Fates Warning), questi tentativi sembrano poco innovativi, ma offrono comunque degli spunti d'arrangiamento poco tradizionali nella discografia di Ivano e risultano quindi particolarmente interessanti proprio quando offrono lo spunto per creare un'inedita atrmosfera avvolgente, sempre ricca di sonorità. Nella parte finale, quando entra la batteria acustica, lo spettro sonoro si riempie in modo incredibile rendendo l'intera canzone letteralmente epica! Qui il mastering (fatto a New York, nello stesso studio dove è andato Jovanotti per il suo "buon sangue") ha fatto miracoli! 7) La cinese: che dire? Questa è la canzone che raccoglie gli ossimori di questo lavoro discografico. Sperimentale eppure direttissima e comprensibile; unisce sonorità asiatiche a ritmiche sincopate giamaicane; gioca con silenzi improvvisi in levare, idee percussive sia nella musica che nel testo e vanta un'interpretazione di Ivano Fossati davvero incredibile. Un chiaro esempio di come si può essere cantanti semplicemente interprentando! 8) Baci e saluti: una classica canzone Fossati-style, nella quale spiccano le dinamiche studiate, le solite percussioni elettroniche (sul finale dell'album onnipresenti) e un buon testo. Ma se non ricordo con precisione altro significa che probabilmente ha colpito poco il mio immaginario. Curiosità: c'è una citazione testuale del compianto de' André nel testo (quando si parla di giudice) e mi ha fatto ripensare all'altra citazione al medesimo cantautore, proposta dalla PFM nel suo ultimo Dracula. Casualità? 9) Reunion: un Cha cha cha moderno, ben arrangiato, ma trascinante solo nel finale, nel quale diventa palese il divertimento dell'ntera band. Il resto è tutto perfezione formale ed esecutiva. Ma la freddezza domina ed è un peccato. 10) Aspettare stanca: il testo incredibile e geniale, letteralemente telegrafato, viene reso musicalmente attraverso un slow-jazz con forti accenti sui tempi forti della battuta. Il risultato è che il distacco fra i protagonisti del testo diviene musica riflessiva eppure "telegrafica", perfettamente in tema. STOP. 11) Pianissimo: sorretta da un giro armonico d'accordi davvero splendido nella sua semplicità e da percussioni elettroniche che potrebbero non piacere ai cultori della "musica viva", si conclude con un arrangiamento orchestrale meraviglioso ed un crescendo che segue perfettamente l'andamento del testo e i suoi concetti.
Undici canzoni dunque, per un album di 45 minuti scarsi, facili da ascoltare e farsele piacere, soprattutto per chi ama l'autore e i suoi modi di comporre; un lavoro con alcuni cali di tensione emotiva, ma profondissimo nella ricerca delle raffinatezze verbali e musicali. Assolutamente italiano negli arrangiamenti (non segue ad esempio la moda dei "chitarroni mangiafrequenze" che oggi giorno va' per la maggiore), ma americanissimo nei suoni poderosi e nelle sfumature del mastering. Ricco di testi che puntano molto sull'attualità, usata però come pretesto per una riflessione, non per base d'una denuncia. Ed è lo stesso concetto che si ritrova negli arrangiamenti e nella produzione globale, si punta alla semplicità per aprire un universo sonoro ricchissimo e profondo. In linea quindi con l'idea di "nuova cultura" che Ivano Fossati richiede ai suoi ascoltatori (e a sé stesso) nel già citato brano "il battito": "basta intuire che è anche troppo".
Non certo all'altezza di illustri predecessori come Discanto, Lindbergh o La disciplina della terra, ma raggiunge in pieno la bellezza ispirata di Lampo Viaggiatore. E credetemi, non è poco!
martedì, 17 gennaio 2006
"...POCHE IDEE MA IN COMPENSO FISSE"
"Gli artisti, maledizione! Un intellettuale integrato, poverino, è uno che legge dentro le righe e capisce quello che succede molto più degli altri. Capisco che se non è artista, se non riesce a trasformare quello che capisce in qualcosa d'altro che arrivi ancora meglio, deve integrarsi perché altrimenti muore di fame. L'artista non ha bisogno, non deve integrarsi: è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l'abbiamo nel culo!"
Fabrizio de' André
Lo spirito libero, riflessivo, sornione, ironico e sarcastico, sincero e veritiero del migliore cantautore che la nostra terra italica abbia mai ospitato ci manca. Sempre di più. Chissà cosa direbbe degli scandali politici, della televisione nostrana, dell'ignoranza serpeggiante, dell'innocenza perduta di oggi.
C'è bisogno di Artisti. Oggi come ieri. Oggi forse più di ieri.
In attesa dell'indignazione di Ivano Fossati, cui dedicherò una riflessione appena avrò la possibilità di ascoltare il nuovo album, il bisogno di musica coraggiosa e bella, necessariamente bella, corre subito a lui.
LINK UTILI: Una splendida riflessione di Ruckert Un sito dedicato a Fabrizio Fondazione Fabrizio De' André
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