ELOGIO DEL FALSETTO, ELOGIO DEL CUORE
Mi capita spesso che un album entri prepotentemente nella mia vita musicale e ci resti per un lungo periodo di tempo. Mi ritrovo quindi ad ascoltarlo spesso, a cercarne le partiture, a carpirne i segreti, a trovare nuove soluzioni melodiche, armoniche e vocali, seguendone lo stile.
In questo periodo mi è successo con Grace del pluriosannato Jeff Buckley.
Vengo subito al dunque: questo mio post non vuole essere uno dei tanti articoli, reperibili su intenert, nei quali si incensa la vocalità di Jeff o che tenta una striminzita recensione di un album oramai nella leggenda.
Ne possiedo le competenze necessarie per cercare di eliminare la muraglia mitologica sorta su questo album e sulla voce del suo principale autore.
Non è certo per paura di un linciaggio da parte dei fans integralisti italiani, ma piuttosto una presa di coscienza del fatto che non posso sputare sentenze su un personaggio conosciuto da pochissimo tempo.
Nonostante abbia letto molto di lui ora.
Nonostante abbia ascoltato anche i live usciti postumi.
Nonostante conosca bene il padre Tim.
Non mi va.
E allora di che scrivo? Perchè parlare ancora di Jeff?
Perchè la sua vocalità ci permette di addentrarci specificatamente nel canto in falsetto, da lui tanto (bene!) utilizzato e dei problemi di omogeneità nei passaggi fra una vocalità incentrata nell'uso della voce di testa e l'altra, classica, di canto a voce piena. Attraverso le sue canzoni comprenderne i limiti, le specificità e le potenzialità.
E allora cominciamo.
Cominciamo dalla tecnica. Lasciamo da parte considerazioni su emozione, timbro, songwriting. Parliamo in primis di tecnica pura. E, come al solito, ricordo che quando parlo di tecnica mi riferisco alla scuola di pensiero classico, occidentale, applicata allo stile moderno.
Quelle che seguono quindi sono critiche tecniche ad un cantante che spesso, volutamente, disdegnava la tecnica classica e il "bel suono", come fosse in ricerca di un effetto, non di un metodo.
Tenetene conto, ve ne prego, durante la lettura delle righe seguenti.
Cominciamo duqneu dicendo che non sono ancora riuscito a trovare nessuna fonte, in internet, che spieghi con certezza se il signor Jeff abbia mai studiato canto. La qual cosa non è di poco conto visto che il nostro vanta un uso straordinario della tecnica del falsetto , acerbo del falsettone e sbagliato della voce piena, la quale risulta spesso spoggiata.
Non guardatemi storto, vedo di spiegarmi subito e lo faccio con un primo esempio.
"Corpus Christi Carol" (1), brano dal testo di tradizione medioevale (a mio avviso egregio, qui una traduzione poco attendibile, ma in rete so che ne esiste un'altra ben più precisa), musicato dal compianto Britten e adattato per chitarra elettrica in clean e falsetto da Jeff.
Quasi tutto il brano il cantante lo esegue con un filo di voce, usando una tonalità che permette un uso comodo del falsetto (che di solito avviene dopo il passaggio, per uno come Jeff sul MI - FA). Ma nel brano non mancano delle piccole sorprese: nella ripresa del terzo ritornello, Jeff accenna un timido falsettone, aumentando probabilmente la cavità, ma soprattutto cercando di cantare, semplicemente, più forte dei precedenti passaggi. La voce si fa meno "angelica", nonostante tutto sia ancora perfettamente in tema. Subito dopo riprende la strofa cantando a voce piena. Questa, rispetto al falsetto che dominava l'intero brano, risulta spoggiata, la voce si fa dura a causa delle posizioni molto basse.
Una cosa sia chiara a tutti: quando in un brano l'utilizzo del falsetto è preponderante, tornare alle vocalità "ordinarie" non è cosa facile. C'è il rischio di intubare o peggio di accorgersi tardi d'aver cantato con un falsetto spoggiato e quindi aver "spostato" l'apparato fonatorio, costringendolo a stress inutili se non dannosi. Una song tutt'altro che facile dal punto di vista tecnico, e qualcuno mi potrebbe rimproverare che ho scelto con perfidia l'esempio.
Ma se spostiamo l'attenzione su altre canzoni si noterà come le posizioni in voce piena non sono molto diverse rispetto a quelle del Carol sopra citato. Si ascoltino le parti in full voice durante l'esecuzione della celeberrima "Halleluja" di coheniana memoria. O l'inizio di "Lilac wine" (2), specialmente nel verso:
"Gdim C
When I think more than I want to think
Cm Gm
Do things I never should do"
dove la voce risulta molto indietro di posizione, per poi innalzarsi nella seconda parte, quando riprende a cantare in pianissimo e in falsetto; non vi sembra che "spinga" rispetto alle frasi melodiche precedenti? O ancora le parti rock, di media altezza, in piena vocalità, , di "Eternal life", che a me paiono poco incisive, rispetto a quello che probabilmente era l'intenzione di Jeff.
Vi sto già sentendo: "Insomma poco rock! Poco rock? POCO ROCK?! Il finale di Grace, finale di Graaaaaaaceeee!!!". Avete ragione, ma quello è puro falsettone, come dicevo a mio avviso ancora acerbo. Ci arriveremo. Qui si sta parlando di voce piena.
Gli esempi pertanto sono svariati, ma non voglio tediarvi inutilmente. Quello che invece mi piacerebbe sottolineare è come questa carenza tecnica riesca ad essere compensata attraverso l'utilizzo del falsetto, ma soprattutto grazie alla consapevolezza di Jeff di essere in difficoltà in certe parti.
Se c'è una cosa in cui Buckley non difettava era, di certo, l'intelligenza: sapeva dove poteva spingere, dove poteva diminuire, dove poter giocare, dove soprassedere, dove correggere. Un'intelligenza che gli ha permesso di diminuire drasticamente le parti tecnicamente più difficili per lui attraverso l'utilizzo di repentini cambiamenti di impostazione (pieno - falsetto - pieno - falsettone - sussurato pieno... si ascolti la seconda strofa di "The last goodbye"!) (3). Un'intelligenza che si ascolta durante le sessioni del Live at Sin-e, nelle quali non si spinge mai oltre al dovuto, rinunciando anche al famoso acuto finale di Grace, che invece risuona nelle versioni live dell'inutile (lasciatemelo dire) "Mystery white Boy".
Intelligenza dunque, e conoscenza dei proprio limiti tecnici, è la prima grande lezione che il nostro Jeff ci offre con Grace.
Ma non è finita.
Passiamo al falsettone. E per farlo prendiamo proprio quel finale di Grace, da voi prima (probabilmente) citato. (4)
Questo il testo:
"And I feel them drown my name
So easy to know and forget with this kiss
But I'm not afraid to go but it goes so slow
Wait in the fire... "
Per gente che probabilmente non è avvezza all'uso del falsettone, dello stop-closure falsetto o come diavolo volete chiamarlo, è probabile che questo minuto di canzone faccia urlare al miracolo. Lo fa un pò di meno gente abituata a quella vocalità power/speed, che parte da Kiske, continua con André Matos e finisce oggi con quello straordinario tecnico che risponde al nome di Michele Luppi.
A tutti coloro infatti, che sono abituati ad una vocalità simile e, lasciatemelo dire, sono abituati bene, il falsettone di Jeff pare lontano dalla perfezione formale, vagamente stridulo, alcuni arrischiano dicendo che è troppo povero di armonici. Io semplicemente dico che mi sembra acerbo. Poco curato, ecco.
Cerchiamo di andare al di là del mito, della melodia splendida, dell'armonia elementare, ma originale e soffermatevi nuoivamente alla sola tecnica. Ascoltiamo le I: "and i feel..." è perfetta, poi la melodia si innalza e lo porta a "name" il quale in teoria andrebbe cantato con una lunga E stretta: "neeeeeim". Invece Jeff, non girando accuratamente la E corre il rischio di urlare per la troppa apertura, chiude pertanto passando subito sulla I, la quale comunque risente della posizione bassa e poco appoggiata dell'intera frase. Il risultato è, oltre a storpiare name in neiiiiiiiimmm (il che è il male minore), la frase melodica risulta vocalmente dura e la I a tratti stridula, sicuramente chiusa e non girata. Tecnicamente è una nota troppo "dritta", manca di cavità e di apertura interna.
E lo è anche la I seguente: easy... to know (iiiiiiisiii...).
Il canto si riscatta sull'ultimo verso ("but i'm not...), dove si apre a graffiati, in stile spiritual gospel, che attenuano di parecchio la sensazione di chiusura, proprio perchè tale procedimento vocale necessità di una grossa apertura. Inoltre sporcando volutamente il suono, perde di importanza il timbro vocale (prima "rovinato" dalla chiusura) e l'omogeneità richiesta a quest'ultimo.
Gli acuti finali invece sono straordinariamente emozionati, fenomenali nell'uso del fiato ed è bellissimo l'uso che fa il nostro eroe della dissonanza (dovuta agli accordi che procedono per semitoni).
Però, tecnicamente, confrontateli con la salita e l'acuto di Gregory Kunde, reperibile a questo indirizzo. Ecco, capisco che sono note diverse, momenti diversi, cosi via. Ma restate alla tecnica... quale vi sembra il canto più libero? Quale più angelico?
E allora? Tutto questo per dire che in questo periodo sto ascoltando continuamente un album di un cantante poco tecnico?
Non sia mai! Come vi dicevo qui si parla di mera tecnica, classica per giunta; ed inoltre, come già sopra richiamato, Jeff Buckley ricercava nell'uso della sua voce un messaggio, senza molto badare, a quanto pare, alla tecnica che permette di lanciarlo.
Per favore, restiamo fermi ancora, per alcune brevi righe, alla tecnica fine a sé stessa, ben sapendo che così facendo si distrugge tutto il lavoro esecutivo e interpretativo di Jeff.
Ma mi serve questa lunghissima analisi puramente tecnica per una conclusione che spero accontenti i più.
Passiamo finalmente al falsetto. Allo splendido, meraviglioso falsetto di Buckley. A quelle emissioni che lo hanno reso celebre e che veramente lo fanno sembrare "angelico".
La sua straordinaria forza è la facoltà di controllare la voce quando il canto si fa sussurrato e la dinamica spinge verso il pianissimo.
Sembra un controsenso: la difficoltà che Jeff trova nelle note piene in tessitura (difficoltà che si riscontra, ripeto, nella sensazione di "note spinte" che lascia), scompaiono magicamente appena diminuisce la dinamica e subentra il falsetto.
Presupponendo che non abbia fatto lezioni di canto o ne abbia fatte poche o abbia semplicemente imparato ascoltando quel grande genio vocale che era suo padre, possiamo concludere, con una forzatura, che il suo falsetto è assolutamente impostato naturalmente.
Una fortuna di certo. E una cosa rara, sicuramente.
Non è da tutti un finale lungo e sostenuto, in pianissimo, come si permette il nostro nella già citata "Halleluja" o la meravigliosa discesa melodica in "Lilac Wine" (5).
Proprio quest'ultima offre la possibilità di comprendere a pieno le differenze fra le due vocalità di Buckley qui in questione: voce piena-falsetto.
Il verso in questione è "[...]for my love".
Le prime note sono in falsetto, toccano il sol, fa# scendono al Mi, Re. Queste due (probabilmente visto che vanno sotto il passaggio) si tramutano (è il caso di dirlo) in voce naturale, poi il canto si rialza e si ferma di nuovo sulla tonica (sol) in un falsetto luminoso e straordinario.
Restiamo alla pura tecnica per ora vi prego: questo è un tipico esempio di una nota che in gergo viene definita "caduta". Il passaggio fra falsetto e voce naturale avviene con un salto, con uno stacco netto, che fa "cadere" la posizione della voce e quindi sporcando il timbro che diviene meno cristallino. Risalendo ripassa al falsetto e quindi ecco di nuovo apparire lo stacco, al contrario questa volta.
Tecnicamente errato dunque.
Ma il risultato?
Il risultato.
Ecco dunque la conclusione dell'analisi che aspettate da oramai troppe parole. Ecco la motivazione per cui quell'album non si schioda dalla mia autoradio da oramai 3 mesi. Ecco il perchè, in fin dei conti, ritengo Jeff Buckley uno dei cantanti più interessanti di sempre.
Il risultato.
E cioè: quello che la sua voce lascia trasparire, quello che la scelta delle emissioni disegna chiaro nella nostra mente, quello che la sua musica ci regala.
Perchè se è vero che da una parte (quella tecnica) ci sono delle carenze (per altro risibili rispetto ai bassissimi standard attuali), dall'altra (quella, diciamo così, emozionale) c'è una carica di messaggi, di passione, di urgenza biografica da far impallidire un qualsiasi artista romantico.
E tutto questo viene veicolato attraverso la voce del cantante e la sua duttilità espressiva.
Jeff è uno che le cose te le dice in faccia. Non va per il sottile, non cerca delle maschere. Altrimenti non avrebbe mai trascurato questi piccoli errori tecnici
La tecnica infatti è spesso usata a sproposito, deborda, straripa in tutti i fiati e trasforma una splendida emozione in una ottima esecuzione. Così la tecnica diviene Maschera di emozioni costruite ad arte, veicolo di sentimenti fasulli ed ipocriti!
In Grace le ottime esecuzioni tecniche non sono molte.
In Grace le splendide emozioni si sprecano. Tutto il disco è un'unica emozione, una carica straordinaria!
Ed è questo il secondo insegnamento di Jeff, a mio avviso il più alto: la consapevolezza dell'importanza dell'emozione. Dela volontà di esprimersi. Dell'assoluta necessità di fare del canto, un'arte del tutto dedita all'ozium; fuori dai vincoli commerciali e dalle logiche di un'arte dedica al negozium e alle sue pretese (tecniche soprattutto).
E allora il cantanto a voce piena nel "Corpus Chirsti..." diviene pianto sommesso, la frase finale di "Lilac wine" dolcissima malinconia che rende fragili, il finale di "Grace" un urlo convinto e insieme disperato.
E cadono tutte le mie parole precedenti.
Tutto diventa vano perchè è inutile contestare un'emozione.
Ed è incontestabile che Jeff sia vero, che creda a quel che canta e non badi a come lo canta se non per fare in modo che l'atmosfera cercata con tenacia non si distrugga.
Un tessitore di atmosfere! Ecco chi era a mio avviso Jeff Buckley.
Quel che ci resta, infatti, è l'immagine sonora di un giovane cantante, anzi di un ragazzo che aveva moltissimo da dire e che stava trovando il modo migliore per dircelo. Il suo modo migliore.
Prima che una stupida morte ce lo portasse via, creando un mito forse fin troppo esasperato e nel contempo privandoci di un novello Orfeo, di un vero cantore della propria anima.
Di uno che aveva bisogno di esprimersi e sapeva farlo.
Diciamolo vah: di un cantante onesto, sincero: "Cosa rara".
Questo è un post lungo ed anomalo.
Troppa tecnica per una recensione, troppo cuore per una scheda tecnica.
Un post pressochè inutile eppure, a mio avviso, doveroso.
Contenuto del file della Radio Blog "36 - Jeff Buckley - Grace's anatomy":
1 - "Corpus Christi Carol" terza strofa e terzo ritornello
2 - "Lilac wine" intro a voce piena
3 - "The last goodbye" seconda strofa
4 - "Grace" finale
5 - "Lilac wine" finale





















