martedì, 20 novembre 2007
OVVERO DELLA SENILITA' CONSAPEVOLE
In questi giorni sto leggendo la bella biografia di Ivano Fossati dal titolo "Il Volatore", davvero ben scritta dal critico musicale Andrea Scanzi, per la Giunti Editore.
A pagina 113 vengo a conoscenza di un presunto teorema sulla musica pop/rock, che suffraga molte delle mie personali riflessioni sul valore musicale dell'ignoranza nella giovinezza. Andrea lo spiega molto bene: "Parlavamo del "Teorema Townshend", secondo il quale si potrebbero scrivere le My generation soltanto a vent'anni, perché maturità e tempo che passa ti trasformeranno. [...] La sensualità di un ventenne è totale, c'è ancora una mancanza del senso del ridicolo. Soltanto allora si può superare la barriera e raggiungere la sublime incoscienza." 1
I ventanni come assenza di senso d'autocritica, di immensa ignoranza capitalizzata a guadagno, convinzione di essere nel giusto da superare il ridicolo, "essere soltanto se stessi al punto da convincere gli altri" (sempre Scanzi).
Ho un passato da rocker che viene spesso a trovarmi; anche ora, a trent'anni suonati e con una sufficente carriera bifronte (leggero/lirico) alle spalle. Un'esperienza che non rinnego, che mi ha dato tanto, dalla spontaneità e buona tranquillità sul palcoscenico ad un bagaglio di esperienze fondamentali, fra le quali spiccano le registrazioni dei due album fatti con i Minstrel.
Ed è proprio ripensando a quel periodo, e confrontandolo con quello odierno, nel quale sono alle prese con l'ultimo (probabilmente "ultimo" in tutti i sensi) album del gruppo, che m'accorgo della verità di questo "effetto Townshend".
Ripenso alle soluzioni armoniche intricate e assolutamente non conformi all'armonia classica, nate solo da prove continue; alla volontà di sperimentazione negli arrangiamenti che ha portato ad errori clamorosi, interpretati come "massima libertà" dagli ascoltatori tutti; all'atteggiamento strafottente nei confronti di qualsiasi canzone semplicemente "ben costruita" e che suonasse "alla solita maniera"; alla scrittura di un finale scritto per pianofote ed orchestra ricalcando le gesta del Quinto Concerto di Beethoven, quando le quinte parallele viaggiavano a braccietto con ogni mia idea; l'uso di una tastiera di poche lire per ricreare 16 parti orchestrali con la pretesa che suonassero "come quelle vere"; per non parlare dell'incoscienza di concepire, produrre e portare a termine un concept basato su un capolavoro universale di 1200 pagine e su un archetipo umano utilizzato dalle più grandi menti del mondo per parlarci di noi. Faust è stato tutto questo. Anzi, Faust E' tutto questo, perchè è stato eternato dall'incisione discografica. Ed è proprio quest'ultima che mi pone di fronte questi "peccati di gioventù" che però hanno tanto appassionato alcuni ascoltatori e recensori.
E ripenso a cosa stiamo producendo ora, al nostro prossimo "Ahab". Ripenso alle armonie studiate per bene e solo in certi punti volutamente scardinate, che rendono tutto liscio come l'olio; alla comprensione del valore dell'arrangiamento e quindi all'utlizzo di tecniche classiche che fanno suonare bene la song eppure la rendono quasi anonima, la scrittura di un brano per orchestra stando attento a tutto, dalla dinamica all'armonia classica fino alla scelta delle articolazioni degli strumenti, usando un VST d'orchestra professionale, ma che non mi fa sentire completamente soddisfatto; la ripresa di un nuovo archetipo, meno "pesante" del precedente, ma che ti sembra di rovinare ad ogni battuta, ad ogni ritornello.
Ora, è chiaro che Ahab suoni dieci volte meglio di Faust. E' chiaro che siamo cresciuti musicalmente parlando, tutti. Ed è vero che autoproducendoci stiamo curando ogni minimo particolare, ma la realtà è che sento di non poter dire più nulla di veramente nuovo, di inedito. Non perchè prima l'abbia fatto o ne abbia avuto la possibiltà e non l'abbia sfruttata. Ma perché ora in me c'è consapevolezza di quanto è stato già fatto, già scritto e già prodotto da altri e questo ha naturalmente ridimensionato enormemente la visione della mia preparazione e soprattutto l'originalità del mio estro, la sua comunicatività. Mi ha reso consapevole di essere semplicemente uno qualunque.
Nonostante tutto continuo a scrivere? Nonostante tutto continuo a dire si, ad esempio, a Umberto Zanloetti di Teatro Minimo che mi cheide una collaborazione per un futuro musical a quattro mani? Si, perchè egoisticamente ho bisogno di buttare su cinque righi me stesso, dirò di più, ancor più egoisticamente di cercare di eternarmi lasciando qualcosa di meno fugace di una vita umana.
Ma comprendo, sento, che un attimo magico è finito. L'attimo della sperimentazione, dei tentativi, delle composizioni selvaggie in preda all'alcol (e non solo), dell'entusiasmo per ogni accordo diminuito, della felice ignoranza che convinceva tutti, me stesso in primis.
S'apre un nuovo fronte insomma. Ben venga, spero di "invecchiare" bene come certi autori di riferimento. Consapevole di essere vittima di questo presunto teorema, piglio la saccoccia e vado avanti.
Tanto lo so che spesso, ancora oggi, mi basta una chitarra elettrica ad alto volume per sentire una scarica d'adrenalina lungo la schiena, pigliare il microfono darci dentro a più non posso, fottendomene letteralmente del pubblico.
Momenti di volgare ignoranza.
Davvero bei momenti.
1 - Andrea Scanzi, "Ivano Fossati il volatore", pag. 113, edizioni Giunti, Firenze, 2006
lunedì, 27 febbraio 2006
CAMMINARE, QUESTO CONTA.
Approfitto di una splendida riflessione ascoltata ieri sera, domenica 26 febbraio 2006, presso la Chiesa di Gazzaniga (BG) durante l'omelia del parroco Don Aldo Donghi per scrivere un post anomalo: un tentativo di approfondimento teologico su un passo biblico. Mi scuso pertanto con gli utenti non credenti o profondamente contrari agli insegnamenti teologici biblici. Cercherò di restare nel concreto, in modo da non scrivere un sermone noioso e pressochè inutile. So già di non riuscire nell'intento. Chiedo pertanto venia. Don Aldo dunque. Di certo un uomo ricchissimo di profondità ed intelletto e, come sempre, assolutamente mal sopportato dalla gente del paese, per alcune questioni che qui hanno poco peso. Quello che ieri però è riuscito a cavare dal suo cilindro e a donarci è stato veramente illuminante. Alcun pensieri risaputi, alcuni altri per pochi, alcuni letteralmente originali.
Iniziamo con il passo che vorrei analizzare insieme a voi. “Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”. Osea 2,16.17.21-22
Questa era la prima lettura; veniva poi seguita, nella liturgia ecclesiale del giorno, dalla seconda dalla Seconda Lettera di San Paolo ai cristiani di Corinto (che si collega con il nostro futuro discorso, nella parte in cui dichiara: "ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza") e dal Vangelo secondo Marco (2, 18-22) nel quale Gesù dichiarava: "Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?"
Da un brevissimo sguardo si può già intuire dove questa riflessione vuole andare a parare: il matrimonio! Tema importantissimo per la società moderna, per la chiesa e i suoi sacramenti e, soprattutto, per me e Katya. Proprio per questo ci tengo a tenere memoria delle riflessioni di Don Aldo e magari aggiungerne di mie!
IL MATRIMONIO COME SACRAMENTO Fa parte della cultura cristiana (e della mia!) considerare il matrimonio come IL simbolo dell'amore di Dio sulla terra. Vedo già i sorrisi ironici e gli occhi che guardano verso il cielo... questo crede ancora a Gesù Bambino. Probabilmente per certi versi è vero, ma a me piace pensare che la storia d'amore con Katya sia stata pensata anche da qualcun'altro; che le prove che abbiamo affrontato e affronteremo servono per camminare costantemente in avanti e possibilmente insieme! E questo pensiero è stato perfettamente ribadito ieri durante l'omelia, approfondendolo addirittura con un paragone azzardato nei confronti delle scritture lette durante la funzione. Don Aldo si è soffermato soprattutto sulla meravigliosa poesia di Osea ed è quello che farò ora anch'io, cercando di concretizzare certi spunti da questa offerti!
OSEA, PASSO A PASSO... La straordinarietà del passo biblico è palese fin dalla prima lettura: parole misurate, ritmo controllato, immagini evocative. Ed è proprio sulla prima immagine che ci già fermiamo:
"la porterò nel deserto" Il deserto. Solitudine si, ma soprattutto silenzio. Contemplazione certo, ma soprattutto concretezza. Semplicità sicuramente, ma soprattutto essenzialità. Questo è deserto: silenzio, concretezza, essenzialità. Osea quindi, per prima cosa, prende la sua futura sposa e la porta nel deserto, nel silenzio, nel luogo dove la coppia può ascoltarsi in modo totale. Spesso infatti, intontiti da televisione (mai!), radio (a volte), film (tanti), interessi comuni (pochi ma buoni), impegni (mamma mia...) la coppia perde di vista la concretezza del vivere assieme, l'essenziale del vivere assieme! Bisogna saper affrontare il silenzio, indagare il silenzio, non aver paura del silenzio. A volte, lo sapete, il silenzio vero parla più di tante parole inutili. E nemmeno bisognerebbe aver paura di "ridursi" all'essenziale! Non si ha bisogno di molto, anzi una coppia spesso non ha bisogno di nulla! Giusto una tenda dove insieme scrutare le stelle, nel silenzio del proprio deserto e scoprire insieme che, anche se fermi, si sta concretamente camminando. Per questo io e Katya abbiamo deciso, di comune accordo, di non mettere televisioni o radio o altre amenità in cucina, dove mangiamo! Sarebbe certo più comodo non pensare, vivere anche quel momento intontiti, assenti! Anzi, potremmo anche farlo visto che una televisione ci avanza... Ma sicuramente dopo poco tempo ci sentiremmo veramente soli, veramente ognuno nel proprio deserto... Deserto si, ma assieme!
"le parlerò al suo cuore" Che magnifica utopia. Che difficile realtà. Siamo chiamati come sposi a far fruttare i momenti di silenzio, i momenti essenziali, per parlarci al cuore. Per aprire i nostri pensieri, le nostre fatiche all'altro, con fiducia. Questa è per me la cosa più difficile. Sono taciturno, mi piace ascoltare gli altri, parlare di altri e d'altro. Ma di me stesso... durissima! Inoltre, da buon pigro, non amo cominciare le strade in salita... ma quello che è certo è che quando si comincia a sfruttare il deserto e il silenzio per parlarsi veramente (succede raramente, ma succede!), io e Katya sentiamo entrambi grosse difficoltà perchè ogni parola che si dice arriva diritta nell'anima, affonda il coltello negli scheletri di ognuno, amplifica i mille pensieri mai espressi e li fa diventare parole da esprimere! Ci vuole quindi pazienza, bontà d'animo, semplicità di linguaggio, di ragionamento e umiltà. Tanta, tantissima umiltà. Tutti e due abbiamo ragione. Entrambi abbiamo sempre torto. Detta in soldoni: non basta parlare di dove si andrà in vacanza, dei prossimi acquisti, di cosa cucinare la sera, di... cazzate! Tutte cose sane, tutte cose legittime, tutte cose però poco essenziali... siamo nel deserto ora, ricordate?

"Là canterà" Nel deserto, nel silenzio della notte, con le stelle silenti a farci compagnia, circondati dall'essenziale, mentre parliamo lentamente di sogni, ecco nascere la gioia. Il canto nella Bibbia, nella mia vita, nella vita di tutti probabilmente, è simbolo di gioia. Quando ero piccolo ricordo che nei cortili le massaie, facevano il bucato, lavoravano e cantavano. Senza timore, senza vergogna, senza Soap Opera che rincorresse i loro pensieri e i loro sogni. A me sembravano felici...
"Come quando uscì dal Paese d'Egitto" E qua il passo biblico amplia la visione, ora non è più Osea che parla alla sua sposa, ma Dio che parla ad Israele! Osea pertanto (essendo profeta) si identifica con quello che Dio sta facendo con l'umanità. Si con l'umanità intera! Perchè se è vero che la Prima Alleanza Dio l'ha stipulata con il popolo d'Israele, la Seconda Alleanza (quella Nuova Alleanza che cita San Paolo nella seconda lettera sopra riportata!) è aperta all'intera umanità, ai gentili di spirito, a coloro che sono aperti ad essa! Quindi, nella luce del Nuovo Testamento, siamo in grado di leggere questo passo allargando a tutti gli sposati questo passo. Sintetizziamo fino ad ora: nel deserto, nella concretezza dell'essenziale, parleremo della nostra vita, di noi e questo ci darà gioia e ci allontanerà dalla schiavitù. Si, schiavitù! Schiavi delle cose, dei beni materiali, del lavoro, del proprio egoismo... Mi si può rispondere che questa descrizione pare una schiavitù dei due, cui uno dipende dall'altro! Non credo lo sia perchè il rapporto qui è assolutamente di reciprocità! Io do, ma nel contempo ricevo e questo mi spinge a donare di nuovo e in quantità maggiore. Io cosa posso donare a me stesso se non me stesso e la mia solitudine? E il lavoro? Beni materiali... E questi? A par mio soddisfazioni effimere, che chiedono altre soddisfazioni simili. Servono, per carità. Ma non sono la vita intera, credo. Abbiamo tutto bisogno di libertà. Credo.
"Ti farò mia sposa per sempre" E finalmente, dopo aver parlato di noi nel profondo, essere stati veramente insieme, dopo aver sognato insieme... il matrimonio. Il matrimonio per sempre. Qui si aprono diatribe infinite, enormi e mai sopite. Giustamente mai sopite! Voglio però segnalare come Osea, fervido praticante ebreo, dichiari apertamente la sua volontà di matrimonio infinito in una società (quella d'israele) ai tempi libertina nei rapporti e nello scioglimento di matrimoni. Era dunque un forte messaggio. Lo è tutt'ora!
"sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore" E' in questo frangente che la predica di Don Aldo mi ha colpito profondamente! Dunque Osea/Dio sposa la sua donna/umanità, ma lo fa seguendo prima il dettame della giustizia, poi del diritto, poi della benevolenza e POI, alla fine, dell'amore! Quanto conta in un legame oggi giorno l'amore(?)! Questa parola "usata ed abusata" (Benedetto XVI) che nasconde sempre dell'insidie che non sono proprie dell'amore. L'amore, nella prospettiva superumana e utopica, è gratuito, è totale dedizione, è summa delle tre caratteristiche nominate in precedenza. Spesso si dice: "è finita la passione, l'ho mollato", "non c'era più il sentimento, l'amore quindi che senso aveva continuare" e altre amenità similari... ma a me paiono spesso (non sempre, spesso!) delle scuse troppo infantili, troppo da adolescenti in ricerca per poter essere prese da esempio, modello di costruzione di un amore. L'amore è un fuoco che va sempre tenuto acceso, costantemente alimentato e può capitare che, a causa di moltissimi motivi (primo fra i quali la pigrizia), esso si spenga o arrivi vicino a spegnersi! E' in questo frangente che serve Amore, gratuità, dedizione totale! E' nel momento di maggior distacco che la coppia si misura nell'Amore! Andarsene quando la passione finisce è essere schiavi delle proprie pulsioni, non voler vivere una storia d'Amore! Serve a questo punto un esempio d'Amore alto, altissimo, assolutamente irraggiungibile, ma che porta gioia, consapevolezza e responsabilità ai componenti della coppia. Per chi ci crede l'esempio è lampante, o quasi. Saremo in grado di amare nonostante i difetti dell'altro? Le sue manchevolezze? I suoi tradimenti? Don Aldo va addirittura oltre: "siamo in grado di morire per una donna che vi tradisce? Non vi ricorda qualcuno allora questo Amore?" E qui vedo il sorriso sarcastico addirittura sul mio viso... sto volando fin troppo in alto. Meglio forse soffermarsi alle parole precedenti... prima dunque dell'Amore, alla coppia serve giustizia (equilibrio, parità di condizioni, reciprocità!), diritto (che si può interpretare come cammino dritto, senza troppe distrazioni, senza molte sbandate) e benevolenza (volere il bene dell'altro, la gratuità del dono, la gioia nel ricevere). Tutto questo è rintracciabile nell'amicizia. Ma per la coppia serve, alla fine, come suggello, come anello finale, la ricerca dell'amore. Che è tutto questo e oltre, perchè ingloba anche la passione, il cammino insieme, la contemplazione e per alcuni la preghiera.
"tu conoscerai il Signore" Attraverso questa esperienza dunque, difficile, assolutamente utopistica, ma paradossalmente percorribile, arriviamo per il profeta a conoscere Dio. A conoscere cioè la fonte di questo sentimento, la metà di questo cammino. Questo soprattutto perchè, volenti o nolenti, la ricerca di un rapporto di coppia stabile ed equilibrato, è fonte di esempio per tutti e diventa pertanto una vera e propria vocazione all'Amore! E San Giovanni stesso ci ricorda che in fondo Dio non è che "Amore" (Gv 4, 7-9)
Una vocazione all'Amore. Ed è proprio così che io vedo e provo a vivere il matrimonio con Katya. Tentando quindi di celebrarlo tutti i giorni e naturalmente riuscendoci sempre pochissime volte. Cercando di sviluppare una vocazione interiore verso il rapporto di coppia, che mi liberi dalle schiavitù della mia bassezza e naturalmente sbagliando strada ogni volta. Ma la ricerca è comunque continua e, come ho voluto sintetizzare attraverso i testi dell'album dei Minstrel "Faust", forse non conta la meta e nemmeno l'avvicinarsi a questa, durante il cammino. Conta esserci e camminare.
Il deserto, l'essenziale, il dialogo, la libertà, la promessa infinita e responsabile, l'Amore, Dio possono quindi aiutare. Aiutano. Ed è un percorso che tutti possono fare, anche e soprattutto al di fuori di una morale e di una pratica prettamente cristiana! In fondo, nonostante togliate dall'elenco precedente Dio, un enorme e splendido cammino vi si apre davanti, nonostantetutto! E a volte, seguendolo, potreste anche scoprire quanto le nostre storie tendano verso questa parola che spesso ci ostiniamo a dimenticare, a non prendere in considerazione.
Proprio come è successo a me.
"[...]E ad ogni piano c'è un sorriso per ogni inverno da passare ad ogni piano un Paradiso da consumare
dietro una porta un po' d'amore per quando non ci sarà tempo di fare l'amore per quando vorrai buttare via la mia sola fotografia [...] E intanto guardo questo amore che si fa più vicino al cielo come se dopo tanto amore bastasse ancora il cielo
e tutto ciò mi meraviglia tanto che se finisse adesso lo so io chiederei che mi crollasse addosso"
Ivano Fossati - La costruzione di un amore
martedì, 14 febbraio 2006
"BASTA INTUIRE CHE E' ANCHE TROPPO..."
Che la produzione sia opera di un batterista e di un pianista è lampante fin dal primo ascolto: è una musica viva, dinamica, basata su piccoli inserti strumentali calcolati e da arrangiamenti d'alta classe; eppure è musica minimalista, senza ricerche sonore extra-europee anzi, oserei dire, extra-italiane; musica raffinata, moderna nell'utilizzo dei suoni elettronici eppure tanto anni '80 in alcuni sapienti passaggi; è il solito album di Fossati, consono, tradizionale... eppure spesso polemico, attuale e con alcune idee innovative. E' "L'arcangelo", il nuovo disco di Ivano Fossati. Come fare a esprimere un'opinione coerente con questo melting-pop di idee? Forse nel peggiore dei modi: analizzando canzone per canzone e mettendo nero su bianco le sensazioni e le impressioni avute.
1) Ho trovato una strada: percussioni, chitarre acustiche e chitarre elettriche in clean danno il via a questo nuovo lavoro. Una scelta azzeccata quella d'iniziare l'album con una tale canzone: pian piano si aggiungono nuovi strumenti (basso e hammond, la voce, la batteria acustica!) formando dopo poco più di un minuto un'esaltante cavalcata sonora, che porta direttamente al ritornello easy-listening, sostenuto esso stesso da una figura ritmica ossessiva sul battere delle battute. Una canzone molto live, arrangianta in modo classico, che si innalza di tonalità pian piano, usando le consuete formule armoniche di Fossati (di solito d'una terza minore: esempio da DO maggiore a Mib maggiore) ed interpretative (come il canto prepotentemente esagerato di consonanti: "annnnch'io") Suoni incredibilmente dinamici e nitidissimi. Lode certo al lavoro di mixaggio, ma non dimentichiamo che al recording è stata di nuovo chiamata la dea Marti Jane Robertson, e cioè colei che con spaventoso talento, mixò in modo tanto superbo i live del tour acustico degli scorsi anni. Il nome è una garanzia e la registrazione risulta infatti capace di cogliere anche la più lieve sfumatura da ogni strumento (incredibile il contrabbasso nelle canzoni successive, che pare suonato di fronte all'ascoltatore!). 2) Denny: e si parla proprio di sfumature in questa delicata canzone scritta a due mani. La musica è di Pietro Cantarelli, il testo è di Ivano Fossati. Al primo ascolto la song suona scontata in certi punti, tranne che per l'inizio di strofa con l'accordo di settima che movimenta il passaggio armonico in modo forse non innovativo, ma certo poco tradizionale. Ma dopo alcuni ascolti la canzone ti conquista proprio per questa semplicità. Ed lo fa proprio perchè tutti in qualche modo sono tenuti a bada: dall'arrangiamento sobrio e giocato solo sulle dinamiche (e qui il figlio dell'autore, Claudio Fossati, alle pelli fa miracoli!) fino al testo, chiaro e ben costruito; dal mixing senza variazione di volumi, alla melodia facile-facile; tutto sembra puntare alla semplicità d'esecuzione! Eppure quanta meravigliosa passione ad ogni nota, ad ogni respiro musicale, ad ogni frase. Semplicemente deliziosa. 3) Cara democrazia: sarà anche il primo singolo dell'album, ma a me questa canzone non conquista affatto! Si, il testo è buonissimo, la musica tenta di essere trascinate, la melodia in ottavi pure. Eppure, eppure a me manca la sensazione di carica emotiva. Forse perchè questo slow-rock manca proprio di forza rock, forse troppe chitarre non distorte, o forse troppo pop in certi punti (ad esempio non capisco l'inserto orchestrale centrale). O forse non piace a me; punto e basta. 4) L'Amore fa: ancora semplicità, ancora suoni incredibilmente presenti e nitidi, ancora un testo diretto e meraviglioso. Una delle canzoni che preferisco dell'intero album. Perchè ha delle pause musicali nel testo calcolate in modo incredibile, perchè è tutto un gioco di dinamiche e d'arrangiamento, perchè tutti suonano pochissimo e il risultato è enorme, perchè è una canzone d'autore in senso pieno. Bella, bella davvero! Durante il concerto che Fossati tenne nel 2004 a Varese ricordo che disse, riferendosi a "il bacio sulla bocca" di Lampo viaggiatore: "è l'unica mia canzone d'amore con il sorriso sulle labbra, teniamocela stretta!". Ora le canzoni sono due, ma la richiesta a mio avviso non cambia affatto! 5) L'arcangelo: e se qualcuno pensava che oramai Fossati avesse archiviato per sempre il sound e le atmosfere leggere degli anni 80 e della sua vecchia banda che "suona il rock", qui si dovrà ricredere. Primo perchè nel libretto dell'album è contenuta l'intera discografia dell'autore e in bella vista spiccano i primissimi album, forse troppo spesso dimenticati. Secondo per questa canzone! Ma quanti anni sono passati rispetto agli esordi rock... questa canzone è adulta, matura, con un testo meraviglioso e attualissimo (e figlio della riflessione della precedente "Pane e coraggio", sempre da Lampo viaggiatore); una song con melodia semplice, ritornello con consueto cambio di tonalità, ma dal ritmo indiavolato, seguito da un riff chitarristico esotico e travolgente. Superiore di molto a "cara democrazia"! 6) Il battito: per uno dei migliori testi dell'album ecco subentrare le ritmiche elettroniche prodotte dal figlio Claudio. Per chi è abituato alle peripezie acrobatiche percussive di batteristi come Zonder (Fates Warning), questi tentativi sembrano poco innovativi, ma offrono comunque degli spunti d'arrangiamento poco tradizionali nella discografia di Ivano e risultano quindi particolarmente interessanti proprio quando offrono lo spunto per creare un'inedita atrmosfera avvolgente, sempre ricca di sonorità. Nella parte finale, quando entra la batteria acustica, lo spettro sonoro si riempie in modo incredibile rendendo l'intera canzone letteralmente epica! Qui il mastering (fatto a New York, nello stesso studio dove è andato Jovanotti per il suo "buon sangue") ha fatto miracoli! 7) La cinese: che dire? Questa è la canzone che raccoglie gli ossimori di questo lavoro discografico. Sperimentale eppure direttissima e comprensibile; unisce sonorità asiatiche a ritmiche sincopate giamaicane; gioca con silenzi improvvisi in levare, idee percussive sia nella musica che nel testo e vanta un'interpretazione di Ivano Fossati davvero incredibile. Un chiaro esempio di come si può essere cantanti semplicemente interprentando! 8) Baci e saluti: una classica canzone Fossati-style, nella quale spiccano le dinamiche studiate, le solite percussioni elettroniche (sul finale dell'album onnipresenti) e un buon testo. Ma se non ricordo con precisione altro significa che probabilmente ha colpito poco il mio immaginario. Curiosità: c'è una citazione testuale del compianto de' André nel testo (quando si parla di giudice) e mi ha fatto ripensare all'altra citazione al medesimo cantautore, proposta dalla PFM nel suo ultimo Dracula. Casualità? 9) Reunion: un Cha cha cha moderno, ben arrangiato, ma trascinante solo nel finale, nel quale diventa palese il divertimento dell'ntera band. Il resto è tutto perfezione formale ed esecutiva. Ma la freddezza domina ed è un peccato. 10) Aspettare stanca: il testo incredibile e geniale, letteralemente telegrafato, viene reso musicalmente attraverso un slow-jazz con forti accenti sui tempi forti della battuta. Il risultato è che il distacco fra i protagonisti del testo diviene musica riflessiva eppure "telegrafica", perfettamente in tema. STOP. 11) Pianissimo: sorretta da un giro armonico d'accordi davvero splendido nella sua semplicità e da percussioni elettroniche che potrebbero non piacere ai cultori della "musica viva", si conclude con un arrangiamento orchestrale meraviglioso ed un crescendo che segue perfettamente l'andamento del testo e i suoi concetti.
Undici canzoni dunque, per un album di 45 minuti scarsi, facili da ascoltare e farsele piacere, soprattutto per chi ama l'autore e i suoi modi di comporre; un lavoro con alcuni cali di tensione emotiva, ma profondissimo nella ricerca delle raffinatezze verbali e musicali. Assolutamente italiano negli arrangiamenti (non segue ad esempio la moda dei "chitarroni mangiafrequenze" che oggi giorno va' per la maggiore), ma americanissimo nei suoni poderosi e nelle sfumature del mastering. Ricco di testi che puntano molto sull'attualità, usata però come pretesto per una riflessione, non per base d'una denuncia. Ed è lo stesso concetto che si ritrova negli arrangiamenti e nella produzione globale, si punta alla semplicità per aprire un universo sonoro ricchissimo e profondo. In linea quindi con l'idea di "nuova cultura" che Ivano Fossati richiede ai suoi ascoltatori (e a sé stesso) nel già citato brano "il battito": "basta intuire che è anche troppo".
Non certo all'altezza di illustri predecessori come Discanto, Lindbergh o La disciplina della terra, ma raggiunge in pieno la bellezza ispirata di Lampo Viaggiatore. E credetemi, non è poco!
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