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mercoledì, 09 luglio 2008
LUCKY RED, LUCKY MEN
Signori, Signore, quello che aspettavo da tempo immemorabile è finalmente accaduto.
Guardatemi male, guardatemi storto, guardatemi come se fossi malato, come se non capissi le priorità della vita, non me ne frega niente. Anzi, contravvenendo alle regole del blog che mi sono autoimposto circa il linguaggio scurrile, direi che proprio me ne fotto, perchè la notizia di oggi è di quelle che mi mettono di buon umore. Calcolando la giornata poi è un vero miracolo...

Parola a chi di dovere e cioè l'amico Gualtiero Cannarsi, che nel forum dello Studio Ghibli stamane scrive:
"Di ritorno da Parigi, dove ho avuto l'onore di intervistare ufficialmente Sadamoto Yoshiyuki, ho infine ricevuto corretta autorizzazione per divulgare agli ansiosi appassionati quanto segue. 
L'amata Lucky Red si accinge alla distribuzione italiana dell'intero catalogo dei film dello Studio Ghibli.
Non sta comunque a me parlare dei dettagli, sicuramente ci saranno comunicati stampa ben più ufficiali di questo misero messaggio. Tuttavia, anche per cercare di arginare in certo inevitabile chiacchiericcio, vorrei illustrare alcuni punti cardine del progetto.
1) Tutti i film di Miyazaki Hayao saranno distribuiti al cinema.
Questo è, chiaramente, qualcosa di epocale per noi appassionati italiani dell'autore e dello studio. Soprattutto perché ad occuparsi dell'operazione sarà appunto Lucky Red, che ha dimostrato nei fatti di essere un'azienda con la cultura e la volontà di investire su Studio Ghibli non già come un modo per 'passare alla cassa' di fugaci apportunità commerciali da "hai vinto la statuetta ti distribuisco il film" (come pure altri distributori italiani hanno fatto), ma come un vero e proprio connubio di marchi. Tutto ciò rappresenta una garanzia di distribuzione seria e reale, sia sul circuito cinema che nel susseguente mercato dell'Home-Video.
2) Il primo film a essere distributo, tra ottobre e novembre, sarà Tonari no Totoro.
Sono stato personalmente consultato in merito all'ordine di distribuzione dei vari titoli. Benché non possa definire Tonari no Totoro il mio film Ghibli preferito, mi sono sentito di consigliarlo come 'debutto' per il suo valore simbolico, e per l'amore sconfinato di cui gode presso ogni tipo di pubblico. Credo che nessuna pellicola più di Tonari no Totoro, distribuito nei cinema, possa significare un chiaro "Questo è lo Studio Ghibli".
3) Il progetto prevede un ritmo di circa due film all'anno.
4) I film già usciti nel catalogo home-video Buena Vista godranno di riedizione per il cinema, con NUOVO DOPPIAGGIO. Il che significa, come avrete ben intuito, che finalmente Kiki avrà la sua giusta colonna sonora giapponese originale, e non l'obbrobrio statunitense.
5) Anche i titoli già editi al cinema potrebbero godere di pari trattamento. Si profila la possibilità di avere un'edizione corretta di Mononoke Hime, e persino di Sen to Chihiro no Kamikakushi, ma naturalmente credo che questo dipenderà anche dalla riposta del pubblico all'operazione distributiva nella sua interezza.
6) Altri titoli non previsti per l'uscita cinematografica avranno comunque distribuzione diretta in home-video.
7) Il progetto prevede infine che ad occuparsi delle edizioni italiane dei vari film sia il sottoscritto."
MIYAZAKI AL CINEMA RAGAZZI!!!! NUOVI DOPPIAGGI!!! BASTA STRONZATE AMERICANE NEI DIALOGHI; NIENTE CAZZATE DA PARACULI CHE VARIANO IL SENSO DELL'OPERA D'ARTE; BASTA MINCHIATE PSUEDO-DISNEY, NON C'E' PIU' L'INTRALCIO BUENA(S)VISTA MA VERO CINEMA, VERO SENTIRE, VERA CARITA' DI NARCISO, VERA ARTE.
Ok, rientro nei ranghi.
Bella notizia ecco.
mercoledì, 02 luglio 2008
ONORE A DYLAN
A fine maggio ho visto Bob Dylan in concerto a Bergamo.
E perchè ne parlo solo ora? Perché ho avuto l'occasione di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno al riguardo, perchè ho trovato due minuti per scrivere a tal proposito sul forum dei Res Rei, perchè mi sono confrontato anche con altri che a questo concerto c'erano e che condividono le mie banali ma sincere riflessioni, perchè ho giusto due minuti da perdere e altro non voglio perdere per un tale concerto.
Cominciamo subito a dire che mi è parso un concerto abbastanza onesto, anche se sicuramente breve. Il primo problema credo sia a mio parere, da quello che ho sentito, il sound del nostro eroe: rimasto esattamente quello di 10 - 15 (20!) anni fa. O meglio questo è il MIO primo problema, a quanto pare quasi nessuno dei suoi fans ritiene che questo lo sia. Ma lasciatemi spiegare il mio punto di vista.
10 - 15 anni mi sembrano un pò troppi per pensare che la sua poetica non si sia spostata di una virgola. Sia nel canto (ok, è un eufemismo), ma soprattuto nella musica. Non bisogna stravolgersi, ma a volte basterebbe avere il coraggio di osare con qualche passo "diverso".
E penso al "Ghost..." di Springsteen. O al "Live in dublin" dello stesso. Due produzioni assolutamente springsteeniane, ma comunque innovative per lo stesso personaggio.
Meglio che non parli perchè forse nemmeno la mia "poetica artistica" sta cambiando, ma c'è anche da dire che è difficile farla cambiare se non puoi vivere appieno la tua arte e questo non significa nemmeno fare il professionsita, oberato di allievi e impossibilitato nel fare qualsivoglia cosa a causa del poco tempo e dei soliti grattacapi musicali.
Silenzio, tempo libero, scambi artistici, letture, visioni, ascolti e viaggi. Questo come minimo è il bagaglio necessario.
Se non li hai è dura cambiare poetica, agire sul confronto, camminare.
E chi ha la possibilità di possedere questo bagaglio, di viverlo, sfruttarlo e non lo fa, scusate, ma a me suona come il peggiore degli svogliati.
Lode e onore a Bob Dylan, ma resto convinto che l'harakiri dei Samurai a questi livelli è il massimo. Se sai di non poter dire più nulla, di essere arrivato al tuo apice, forse è meglio... certo SE lo sai di non poter dire nulla. Se ti accontenti di sfracellare le tue vecchie song con nuovi arrangiamenti che nuovi non sono, che suonano falsamente d'alta classe, ma che denunciano una scarsità assoluta di prove (e ci può anche stare, basta che non si capisca), improvvisazioni imbarazzanti (parto io, parti tu, partiamo insieme? Boh, tanto a questi va bene tutto...), questa facciamola lentissima (si semplicemente lentissima), "like a rolling..." me tocca farla, ma almeno rendiamola irriconoscibile e altre varie amenità.
Concedetemi, alla luce di questo discorso di bassa lega, un'ultima considerazione: il cammino dell'arte è fatto di costante crescita e non posso pensare che uno, che ne so, come Pollini si senta arrivato! Uno che fa arte non può sentirsi arrivato, ma deve voler proseguire, continuare, perseverare, perseguire, camminare.
A me il buon Bob mi ha dato la sensazione di uno che ha smesso di camminare (almeno) 10 anni fa. Con buona pace dei suoi adepti che ritengono che qualsiasi cosa faccia è fatta da un semideo orfeico, intoccabile e inavvicinabile.
Ha tutto il diritto d'essere tale, di sentirsi tale, di fermarsi, di rendersi intoccabile, inavvicinabile. Come io ho il diritto di dire che mi dispiace vedere questo artista che non ha voglia di dire nulla e che se dice qualcosa, lo dice a sé stesso. E cioè che se l'arte è comunicazione quando questa manca arte non è. E se la comunicazione avviene solo con sé stessi è arte mancata, presunta, inconclusa perchè in questo caso non esiste quella caratteristica a mio avviso fondante e cioè la carità con la quale ci si dona, attraverso questa presunta arte. Ne ho già scritto spesso, ed eccoci finalmente con un pò di pratica.
Ho anche il diritto di sentirmi trattato malamente, come una pezza da piedi buona solo a sganciare i 50 euro necessari per ascoltare certe prodezze sulla tastiera (ehm) e a vedere quanto il principe non abbia più vogliadi cantarsi. E questo, concedetemelo, lo si vede lontano 100 metri e cioè più o meno la distanza che separava la mia persona insignificante con la sua importante figura, china sul microfono e svogliata come solo le migliori star sanno essere...
All'uscita un caro amico incontrato per caso, fanatico di Dylan, mi dice: "beh dai, un concerto onesto, stessa scaletta di tre anni fa"... cioè fatemi capire: stessa scaletta? Medesime canzoni di tre (dico tre) anni fa?! Non dico di fare come Springsteen che la cambia ad ogni spiffero di vento o sussurro di fan, ma questo è proprio il massimo.
Mi rompo le balle io a fare un concerto acustico uguale all'altro a distanza di un mesetto (anche più), mi immagino uno che fa una tournè. Però anche questo, scusate, mi pare una bella prova di pigrizia.
Alla fine il sottoscritto, accompagnato da una amica fidata pisana (per fortuna c'era lei, almeno mi sono divertito) siamo andati ad un pub ancora aperto per cena (tanto era prestissimo...). Qui la barista ha messo sull'impianto del locale "Desire" di Dylan.
Tutto il disco.
L'abbiamo riascoltato dall'inizio alla fine.
Beh, grazie Bob per tutto quello che hai fatto.
Che HAI fatto.
L'importanza del verbo nella lingua italiana...
PS: inutile dire come hanno recensito "l'evento" i giornali locali. Si vede che sono abituati a farsi trattare in un certo modo.
lunedì, 09 giugno 2008
A GUALTIERO E CIOE' SULL'AMORE DEL DONO ARTISTICO
In risposta a questo splendido post dell'amico shito. Una lettura allo stesso è imprescindibile per la comprensione delle righe sottostanti.
"Carissimo Gualtiero,
Lo sapevo. Sapevo che il tuo nuovo post avrebbe necessitato di tempo da parte mia ed è per questo che sono venuto a “trovarti” in un momento di “calma relativa” in questa continua corsa della vita.
Tocchi un tasto assolutamente dolente per me Gualtiero in questo tuo scritto, come al solito lucido, passionale, meritevole di ben più di due letture. E ogni punto che tocchi è per me eco e rimbombo di quando già insieme ragionato e confrontato in altri lidi, virtuali e non.
Ritrovo insomma l’amico che conosco, con qualche spunto in più, di assoluta grandezza. Ma partiamo dall’inizio del tuo ragionamento: l’idea che un’opera d’arte debba possedere requisiti tali da poterne fruire più volte. Non mi puoi che trovare d’accordo: sai benissimo quanto ricerchi in ogni prodotto umano considerabile “arte” un substrato di rilevanza, un quid contenutistico, un’urgenza dell’autore dell’opera. Per questo ho fatto mia una frase d’un mio caro amico che pare ricalcata dalla tua: “[…]non è immaginabile un lavoro d’esegesi cinematografica che non si basi su almeno tre visioni del film, dato che, qualunque sia l’approccio che si sceglie, lo scopo dell’analisi è elaborare una sorta di “modello” del film - evidentemente in senso cibernetico e non normativo - e che per conseguenza, tale ricerca, non si attui che attraverso un tempo di riflessione, interiorizzazione, stasi.” Angelo scrisse questo pezzo pensando alla critica cinematografica e alla sua visione di questa stessa branca dell’analisi artistica e mi trova totalmente d’accordo. Come d’altra parte sono d’accordo con tutta la sua “premessa metodologica” da cui questa frase è stata tratta. Partendo da questo concetto arrivo dunque anche io a strutturare l’idea che l’arte deve essere portatrice di contenuti più o meno palesi e, naturalmente, più o meno accettabili da parte del fruitore dell’opera stessa. Questo perché sento anche io inaccettabile la perdita di tempo derivante dalla fruizione di una qualsivoglia opera d’arte che non mi rimandi ad un tale presupposto. Ma bisogna stare attenti: innanzitutto non posso pretendere di possedere la Verità riguardo ad una eventuale conoscenza del contenuto effettivo dell’opera d’arte ed in secondo luogo non bisognamai fossilizzarsi su un solo aspetto dell’arte, anche se questo viene considerato da me e da te come preponderante. So benissimo che ritieni la prima precisazione palese e la seconda pressoché nulla perché senza questo “aspetto” (quello contenutistico) a tuo avviso non esiste semplicemente arte (ma mero sfoggio di tecnica mi sembra di capire e spero di non fraintenderti troppo). Il problema di fondo però è che l’arte possiede quello straordinario dono d’essere “universalmente soggettiva” e cioè: di non poter essere apprezzata se non dopo uno studio sulla comprensione dei codici che l’opera stessa utilizza, ma quegli stessi codici parlano a noi in modi diversi, da persona a persona; senza contare che spesso lo studio sopra citato non fa altro che alterare le nostre predisposizioni facendoci giungere di fronte all’opera e vedendo in essa solamente i tanti libri letti e gli autori che, con essi, hanno tentato una comprensione della stessa.
E questo significherebbe fruire dell’arte? No carissimo, a mio avviso questa è una fruizione ingannatrice, portatrice solamente di preconcetti e pregiudizi sull’opera tali da prevaricare l’opera stessa. Di fronte al suo “specchio” (come tu straordinariamente dichiari) il soggetto chiamato a fruirne non vedrebbe né sé stesso né tanto meno l’opera menzionata, ma, mi ripeto, solamente ciò che ha letto su questa opera e sul suo autore. Un tradimento, bello e buono. E ancora: sei tu che mi insegni che ogni traduzione non è che tradimento, l’adattamento stupro e, a mio umilissimo avviso, ogni opera d’arte fruita è per questo un’opera d’arte stuprata.
Per questo e altri motivi che ben conosci (ritrovabili anche su queste mie poco elevate pagine web) che coniai a suo tempo il termine “Carità di Narciso” che tenta di spiegare ciò che per me (sottolineo per me) è l’opera umana riconducibile a tale termine: arte come completo abbandono dell’autore nell’opera stessa, del suo essere, del suo sentire e, successivamente, forse, in secondo luogo, il completo DONO di queste stesse sensazioni trasmutate in tecnica artistica ad un eventuale fruitore (il quale, attenzione, potrebbe anche non esistere)
Arte come abban-dono dunque.
Ed è in questo frangente che il tuo post mi risuona non completo, forse perché conosco quanto valore tu concedi alle intenzioni dell’autore della stessa opera d’arte e mi sembra giusto che tu lo faccia, ma il tuo scritto tende cadere così in una trappola soggettiva creata sia dalla tua affascinante filosofia in fieri, sia dal tuo lavoro di direttore di doppiaggio. L’arte è più grande di tutto, molto di più dell'uomo e quindi anche dell’autore stesso! Se un’opera si fermasse all’autore e alle sue intenzioni che arte sarebbe se non un’arte soggettiva, tremendamente autoreferenziale, essenzialmente spoglia di quel concetto difficile (e pressoché impossibile) di universalità riconosciuta ai “classici”?
In realtà Miyazaki non può spiegare i suoi film perché nemmeno lui puoi dirti quel che TU potrai acquisirne con la TUA fruizione. Cosa vuoi che ti dica? Il perché di quella tonalità di blu? Perché di quella scelta lessicale?! Che ti faccia la parafrasi della poesia, Cristo Santo?!?! Che tramuti pertanto la sua opera d’ingegno artistico in un mero trattatello di critica artistica di bassa lega?!
Ed eccoci finalmente ad un mio concetto cardine: l’arte DEVE essere uno specchio (ancora grazie per questa splendida immagine!) e DEVE poterci far ritrovare in essa. E per farlo necessita da parte dell’artista di uno straordinario sforzo di sublimazione delle sue emozioni e della sua urgenza comunicativa fondante, unita, d'altra parte, ad una coerenza interna in divenire dello stesso fruitore, che veda e comprenda quindi la sua immagine all’interno della deformazione che l’opera d’arte attua alla stessa!
E per fare tutto questo non bisogna "conoscere" QUELL’opera d’arte o addirittura quell’autore (da considerarsi meno di zero una volta che egli ha VERAMENTE donato a noi la sua idea artistica!), ma in primis (e fondamentalmente) NOI stessi e i nostri studi, visioni, filosofie, teologie, tensioni, urgenze. Dobbiamo conoscere l’artista che c’è in noi e creare una sorta di simbiosi (consapevole o meno) con quanto "universalmente" espresso dall’artista.
E si arriva dunque alle considerazioni sull'amore in parallelo all'arte e alla presunta verità che compresi fin troppo presto: “come fai ad amare un’altra persona se non ami te stesso?” e cioè “come puoi comprendere un’altra persona e se non ti sforzi nemmeno di comprendere te stesso?” e te stesso come lo comprenderai se non con un serio e costante dialogo/confronto con l’altro e con le sue comunicazioni?
E non siamo dunque giunti di nuovo alla comunicazione nell’opera d’arte? Si, ma con una nuova consapevolezza e cioè che quest’ultima deve fornirti di uno specchio dove poterti specchiare, ritrovare e dunque confrontare seriamente con quanto l’opera stessa ha da donarti.
Tutto questo grazie alla carità di un disadattato come di solito l’artista è.
Perché se l’artista è un Narciso, l’opera che egli ha creato è chiamata ad essere specchio dell’artista stesso in quel dato momento. Ma una volta donata l’opera è perduta perché sarà per sempre tradita, stuprata, violentata, sovra-interpretata. Ma se l’artista decide di donarsi agli altri lo deve fare completamente, ben sapendo di questo rischio, di questo destino. Non possiamo pretendere di vedere l’opera di questo artista cercando per essa l'artista stesso. Sarebbe un doppio tradimento e soprattutto l’offesa per uno dei più grandi atti d’amore di un essere umano: l’offerta di sé stesso dietro il paravento dell’arte. Bisogna confrontarci con quanto da lui donatoci e per farlo, in quello straordinario specchio che è l’arte, è fondamentale che IO ci sia. E devo essere sempre la figura più importante.
Essere artisti è difficile perché è un continuo dialogo con sé stessi verso la propria conoscenza.
Essere fruitori di arte è ancora più difficile perché è un continuo dialogo con sé stessi attra-verso la propria conoscenza in comunione (cristiana) con quella di un altro essere umano.
Essere uomini “coscienti” è impossibile, ma è la meta.
Grazie Gualtiero."
giovedì, 29 maggio 2008
DELL'IMPOSSIBILITA' DI CONTENERE L'INCONTENIBILE
Sul blog dell'amico Marco Tonini si discorreva di X-Factor. In realtà del programa in sé si parla poco, subito il discorso è approdato a ottime riflessioni sull'arte musicale, già trattate in questi lidi. Con il commento sarcastico e nervoso di un certo Roby invece si è intavolata una discussione riguardante quello che può essere considerata "musica vera". Polemica sterile, ma solo se non la si vuole approfondire
Cito dai commenti del post:
Roby: [...]"stiamo parladno pur sempre di musica commerciale. sottolineamolo per favore. questi sono pagliacci. la musica è altra cosa. poi se si considerano “musicisti” i musicanti, allora è un discorso diverso.". Gli risponde per le rime, in modo pacato e a mio dire perfetto, Coniglione dicendo: "[...] Per quanto riguarda le polemiche sterili sulla musica come arte, sul pop che non è musica eccetera, credo che nessuno si possa ergere a giudice di cosa è musica e di cosa non lo è. In tutte le culture musicali non nostre, i paesaggi sonori sono completamente diversi da quelli a cui siamo abituati." e continua dicendo "[..]Musica è semplicemente tutto ciò che sentiamo, e a volte vediamo, che ascoltiamo senza più considerarlo rumore. Tutte le distinzioni che si fanno sopra, sono ad uso e consumo dello studio, della discussione, del litigio… della ricerca di un compositore o del viaggio nella conoscenza di un ascoltatore. Le distinzioni servono all’accademico, ma tante volte sono solo il pretesto dei fans per dire “io sono meglio di te”.
Il commento è molto bello e invito a leggerlo nella sua interezza. Dalla sua lettura ho cercato di formulare un ragionamento che cercasse di legare insieme le "verità" di Coniglione con il discorso "viscerale" di Roby che, brutto a dirsi, spesso sento nascere dentro me. Ed eccolo qui, nella sua meravigliosa banalità.
Non era Frank Zappa che disse: “un vero musicista saprebbe ascoltare una musica straordinaria all’interno di una fabbrica in funzione”? o quasi insomma… questo il sentire di musicista, ma di un ascoltatore? Beh, a mio avviso ogni musica ha una sua motivazione interna e l’ascoltatore deve essere almeno in grado di cogliere questa motivazione, per comprendere le PROPRIE motivazioni d’ascolto d’una musica.
Di solito, quasi sempre, le motivazioni interne alla musica pop/televisiva contemporanea sono di mero passatempo e credo che chiunque se ne renda conto, in modo conscio o inconscio. Naturalmente i produttori cercano in modo più o meno subdolo, più o meno riuscito, di nascondere questa banale motivazione, che però spessissimo si mostra alle orecchie dei più. Perchè oramai chiunque (anche il fan) è in grado di stabilire che Vasco non scrive un testo definibile tale da decenni e che i Negramaro sono una delle band più “leccate” in circolazione oggi giorno nel panorama italiano (ne ho la prova visto che mia moglie li ascolta e ogni volta che li ascolta mi dice: “non cominciare a farmi ricordare che queste belle melodie hanno anche dei testi perchè altrimenti mi viene da toglierli subito, ho voglia di questo rockettino mentre stiro!”, “certo certo cara…” ;).
Pertanto non è questione di innalzarsi a maestri e vati indicando con l’indice la via per la “vera musica” (non comprendendo quindi quel che Zappa diceva e cioè che un orecchio artistico sente musica ovunque!), bensì si far accorgere gli ascoltatori di una data musica che tale musica è un prodotto di un certo ragionamento che poco ha a che vedere con l’idea di un’arte comunicatrice d’affetti e/o di carità d’un narciso che è l’artista.
Bensì essa nasce, cresce e muore in un contesto giullaresco, di divertimento, di goliardia, di passatempo che probabilmente avrà poco futuro se non tanto quanto le battute migliori del miglior buffone di corte dei Gonzaga.
Una volta compreso questo, e cioè che la musica è tanto grande da poter ESSERE TUTTO QUESTO e anche ben altro, sta a noi decidere se davvero apprezziamo la musica per TUTTO quello che può dare oppure se apprezziamo solo un certo aspetto della musica, cercando naturalmente di non sminuire altri aspetti da noi non compresi o da noi esecrati.
Certo fa effetto sentir dire: “mi piace la musica” da uno che ascolta solo le radio commerciali, ma a mio avviso dovrebbe dar altrettanto fastidio leggere commenti come quelli di Roby. Il fatto che personalmente trovo la prima affermazione più difficile da perseguire della seconda mi fa capire quando anche io cada spesso nell’errore, nel tranello tutto umano dell’inutile sfida di contenere l’incontenibile e cioè contenere e giudicare un’arte rarefatta e divina come quella musicale.
Servirebbe forse un pò più di umiltà e soprattutto volontà di aprirsi, di comunicare all’altro le motivazioni che ci spingono ad amare UN lato della musica rispetto all’altro, senza fare i maestri, ma divendendo ARTISTI DI NOI STESSI, cioè sentendo l’urgenza in noi di parlare di noi e del nostro modo d’intendere l’arte e con essa la vita.
lunedì, 26 maggio 2008
E' un periodo questo che penso poco alla musica, ma punto molto sull'arte cinematografica. Sarà il prossimo debutto teatrale, sarà la passione per la fotografia, sarà che dopo la scrittura di parte della colonna sonora di "Io, la morte" sono attentissimo alle scelte dei compositori per le pellicole, fatto sta che è un periodo di intense visioni. Intense in tutti i sensi, anche e soprattutto nei temi trattati dai film visionati.
Non voglio fare il cineblogger di turno, per altro non certo autorevole come quelli che già linko nella colonna a destra e nemmeno pretendere di dare giudizi insindacabili. Mi baso su quel che so, che sento e che ho analizzato, aiutato dall'amico shifrapua. Sono tutti titoli abbastanza sconosciuti, ma vi assicuro che nell'ambiente sono più o meno considerati capisaldi di genere. Di molti (quasi tutti) troverete grandi recensioni e analisi sulla rete, soprattutto naturalmente ad opera dei sopracitati blogger; aggiungerne di mie sarebbe superfluo per voi lettore e imbarazzante per il sottoscritto.
Meglio dunque dedicarsi ai soli dati tecnici, ad un voto personale da 1 a 4 (in stile Mereghetti) e ad una brevissima descrizione delle motivazioni per tale voto. Se lo trovo posto anche un fotogramma del film. Poi chi vorrà approfondirà in altre e più appropiate sedi.
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Bullet Ballet, Shinya Tsukamoto
1998 - ***
Desiderio spasmodico di possedere uno strumento di morte per avere riscatto, importanza, vendetta. Grande uso della fotografia, del sovraesposto, con figure scurissime che si perdono nel bianco. Sonoro d'alta classe, finale altissimo e speculare: la lontananza che avvicina. |
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Nightmare Detective, Shinya Tsukamoto
2007 - **
Horror di stampo nipponico con buona idea iniziale, ottime scene d'azione, buon stile narrativo da blockbuster di genere, protagonista femminile scarsina, merita una visione. Una però. |
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Vital, Shinya Tsukamoto
2004 - ****
Straordinaria storia d'amore che travalica la morte. Asano, magnifico, trasporta dall'incoscenza alla completa consapevolezza attraverso un film complesso, sincero, feroce e tenero allo stesso tempo. Un capolavoro assoluto. |
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Cure, Kyoishi Kurosawa
1997 - ***1/2
Punto di svolta nella poetica di Kurosawa, avanti almeno dieci anni, anticipa temi e modi del cinema nipponico anni 2000. Straordinari gli attori, ottima sceneggiatura, regia implacabile, finale lancinante.
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Gemini, Shinya Tsukamoto
1999 - **1/2
Nonostante il film sia giustamente incensato da molte parti, questo lavoro di Shinya mi ha lasciato freddo rispetto al precedente Vital. Storie assolutamente diverse, ma identico trattamento morbosamente tenero e asfissiante. Resta comunque un ottimo film, da rivedere. |
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La casa del Peccato mortale, Pete Walker
1976 - **
Voto cattivo che non tiene presente del tempo passato. Eppure è un film con una sceneggiatura davvero "polemica", anticipatrice di temi oggi scottanti in seno alla Chiesa e le scene della comunione avvelenata e del turibolo infuocato sono da antologia. Per una allegra serata fra amici!
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I Duellanti, Ridley Scott
1977 - ***1/2
Il primo film di Scott è un "quasi" capolavoro. Ricchissimo di scene d'alta classe, fotografato con filtri azzeccatissimi, stile narrativo chiaro e preciso, scelte di montaggio che hanno fatto scuola. Dopo il solito Blade Runner è lo Scott migliore ch'io abbia visto.
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Expect the unexpected, Patrick Yau
1998 - ***
Il titolo dice tutto: noir, violenza estrema, melò (quasi soap) mischiati in modo splendido; montaggio con accelerazioni improvvise e lancinanti. Finale indimenticabile anche se forse non così inaspettato, ma questo film è un precursore, non è colpa sua. |

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Alta fedeltà, Stephen Frears
2000 - **1/2
Solo una considerazione: devo trovare tutti i brani citati in questa brillante commedia americana ed ascoltarli perchè sono certo scoprirei canzoni davvero straordinarie. Il film merita la visione, godibilissimo, soprattutto a chi ama la Musica con la M maiuscola.
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Cannibal love, Claire Denis
2001 - ***
Un film che è un abbozzo da tanto è rarefatto nel presentare la trama. Ma è incredibile come la regista riesca a tenere il film nei binari della suspence, lasciando allo spettatore un disagio profondo. Non sono le scene a colpire, ma il messaggio nascosto in esse: amore che vampirizza, sesso che mangia l'animo. Amore e morte trattati in modo notevole.
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giovedì, 22 maggio 2008
E DA ILLUSTRI ANONIMI ITALIANI
Dopo aver concluso con un misto di rassegnazione, sofferenza, curiosità e mal di testa il tomo sul "Da Vinci" (senza per altro cambiare idea, anzi!) mi sono ritrovato di fronte alla libreria di casa con la domanda: "E ora come mi sollevo dal baratro?".
Risposta secca e convicente: serve un altro romanzo storico, ma scritto con le palle e che si basi su ricerche con le contropalle!
Cerco e ricerco e guarda un pò che ti trovo: Q di Luther Blissett (con due t "Sempre" ricordano i wu ming). Edizione ultraeconomica, acquistato circa 4 anni or sono, solo per la gioia di spendere decentemente 5 euro che "mi avanzavano", dimenticato sullo scaffale basso a lato destro della libreria.
Apro e leggo il Prologo. Sembra un'illuminazione, una nuova strada della letteratura, queste due pagine sono semplici eppure tanto avvincenti rispetto alle prime 250 di Brown. E finalmente una frase che si gusta da principio alla fine; finalmente una frase che vale la pena rileggere; finalmente una frase veramente misteriosa che sai che scoprirai, forse, a libro finito: finalmente un libro.
Ho letto poi al riguardo pareri discordanti. Chi l'ha adorato e chi l'ha trovato prolisso, chi illuminante, chi criptico. Io finora lo sto trovando assolutamente godibile, ben scritto e nonostante le molte mani sotto cui è passato prima della stampa (Luther Blisset = Wu Ming) assolutamente coerente nelle varie pagine redatte.
Soprattutto dopo una bruttura come quella trascorsa.
Ah, a proposito di robbe bbuone: Demian mi ha passato il nuovo lavoro degli Opeth. Ho ascoltato la prima, metà della seconda e ho spento tutto decidendo di ascoltare il disco SOLO DOPO AVERLO ACQUISTATO. Perchè quando c'è gente che pensa, scrive, suona roba siffatta possedere il cd originale non è solo un'obbligo morale, ma letteralmente un piacere fisico.
Stasera nuove prove del "Sogno...", che Oberon mi sia vicino.
mercoledì, 13 febbraio 2008
TRA COMUNICAZIONE ED INGANNO
Sul forum di Michele Vacchiano si parla di post-produzione nelle fotografie e di eventuale "falsità" che quest'ultima può arrecare ad uno scatto.
Voglio allargare il discorso e non fermarmi alla sola arte fotografica, ma farvi un esempio nel "mio" ambito, quello musicale.
Tutto quello che ascoltiamo è vero? Oramai neanche la musica classica in disco è in questo contesto considerabile "vera".
Leggere per credere:
http://www.videohifi.com/forum/topic.asp?ARCHIVE=&TOPIC_ID=58783
Capisco se dopo la lettura di siffatto documento molti di voi storceranno il naso: correzioni di note?! di intenzioni?! di tempo, intonazione, tagli, editing anche nella musica classica?!?! Diamo per scontato che oramai tutta la musica considerata leggera (tranne il jazz che però è "editato" per forza) è per i canoni di stefano "falsa". Se ne discuteva anche nell'incontro con emilio, valbi, roby, steff: oramai il rullante che si ascolta in radio è raramente quello registrato e se lo è è sommato ad un altro rullante trattato per esaltare certe caratteristiche. E non ditemi che "ai tempi dei beatles era altra cosa": loro erano i primi che avendo i soldi per farlo sfruttavano tutte le "nuove" tecnologie acustiche del tempo (esempio? la compressione parallela su drums e voci, che è un pò come aggiungere contrasto e saturare i colori in PS, se seguiamo il principio allora anche queste sono post-produzioni. ..). E ancora: diamo per scontato che la maggior parte degli album sono suonati da coloro che potremmo definire Ghost-musician, cioè coloro che non appaiono citati nell'album perchè magari è un album di un gruppo di ragazzini di diciotto anni che DEVONO sfondare. E diamo per scontato che le traccie suonate da questi ghost sono state COMUNQUE corrette ed editate per fare in modo che siano perfette.E ancora: diamo per scontato che il mixing stesso è fattore di "falsità". Ma sapete come suona una batteria acustica?!?! beh, non certo come oramai si è abituati ad ascoltarla. Dicevo: il jazz resta fuori. Vero, ma resta nei suoni che sono di solito "Live", ma per 60 minuti di musica si suonano circa 1 settimana di improvvisazioni per poi sceglere le parti migliori. Non è la stessa cosa quello che fa la musica classica? Si...
Insomma non esiste più la "vera" musica? Beh, i live... ma se poi si pensa che anche live ora si corregge l'intonazione in tempo reale, che i suoni della batteria sono quasi sempre campionati (e spesso si usa la
sopracitata parallel compression) , che quello che esce da un qualsiasi microfono passa da circa un camion di effetti, effettini, compressori, costruttori di transieti, exciter ecc ecc non ne sarei così sicuro.
Forse resiste la musica classica, ma ascoltata Live e nei luoghi per essa preposti.
Il problema è dunque è questo. La musica ha una dimensione "in più" creata in questi ultimi decenni: quella dello "studio" che ha affiancato la musica "live" da sempre l'unica esistente. La dimensione "studio" è oramai completamente "contaminata" da questa presunta falsità artistica (presunta eh!), quella live (solo alcune!!!) possono invece esssere ancora considerate "esenti". Ma per quanto?! Oramai ad esempio microfonano all'arena di Verona (l'udito umano ha perso negli ultimi decenni secondo molti studiosi!) e non voglio sapere che cosa combina il fonico... nel futuro?
Questo per la musica. Per la fotografia è possibile applicare una tale valutazione? Beh, mi affido a voi. A mio avviso non esiste nella fotografia una dimensione "live" a meno che non si facciamo performance "istantanee" con la Polaroid (ad esempio). La fotografia è studio della luce sulla forma (studio degli arrangiamenti) , pochi provini per l'esposizione migliore (pre-produzione sugli arrangiamenti), scatto tecnicamente ineccepibile (esecuzione di musicisti veri), correzione dello scatto, sbaglio o si può fare anceh in camera oscura? (editing della performace), post-produzione e stampa corretta (mixing, tecniche di overcompressione, mastering finale). Qui il parallelo ci sta tutto.
Dunque falsità pura? In un certo senso si, ma secondo me NO. Semplicemente l'arte in questione si è AMPLIATA contenendo altre COMPETENZE in precedenza inesistenti o meno importanti. Questo ampliamento ha introdotto nuove figure che oramai affiancano l'artista: il Sound Engineer, il Mastering Engineer, l'arrangiatore, il produttore artistico, il tecnico di registrazione, il produttore esecutivo. Tutti collaborano affinchè il prodotto finale sia considerabile "capolavoro" o meglio sia vendibile nel mercato. Ora mi sto perdendo... comunque il discorso è davvero enorme e soprattutto affascinantissimo. Fatto sta che il problema della Post-produzione è che spesso INGANNA perchè può correggere eventuali errori di esposizioni oppure falsare quanto "osservato". Ma il problema è questo: la correzione non comporta delle competenze? Beh, non si hanno nella ripresa ma si hanno nella post-produzione quel che conta è il risultato a questo punto del cammino dell'arte!
Che cosa sarebbe una splendida canzone con dei suoni pessimi e arrangiamenti sbagliati? Una canzone rovinata.
E una pessima canzone con suoni e arrangiamenti straordinari? La merda che si ascolta ogni giorno per radio.
Il problema è che spesso manca proprio "il soggetto" dell'arte, l'urgenza di comunicare con quella forma artistica. Se questo c'è, tutto il resto quindi diviene percorso verso la giusta comunicazione.
Ma se non c'è volontà, bisogno, urgenza di comunicazione tutto quantio è solo INGANNO, che questo sia trattato o meno, che sia post-prodotto o meno. A mio avviso la falsità deriva totalmente dall'eventuale falsa intenzione iniziale dell'artista. Il resto è solo percorso atto a comunicare la vera urgenza creativa dello stesso.
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