FENOMENOLOGIA DI UN ASCOLTATORE DI JAZZ
Me la sono cercata, innegabile.
Mentre gli raccontavo del futuro microscopio su Monteverdi, che presto verrà pubblicato, ecco uscire una mia fatidica domanda: "ma tu perchè ascolti Jazz?".
Complice il vino, la fredda serata invernale, l'amicizia, la risposta è arrivata dopo pochi giorni e pure scritta sotto forma di un post che, con enorme piacere, pubblico con il consenso dell'autore stesso. Lui è Shifrapua, scrittore di poche, grandiose recensioni pubblicate nel blog intitolato Visibile/Invisibile, per ora chiuso. Nel suo nick è racchiuso tutto: la sua spavalderia, l'innocenza perduta, l'amore per le Sacre scritture; se tanto vi basta...
Pare che abbia promesso anche nuove recensioni e riflessioni, sia sul cinema che sulla musica, da poter pubblicare qui. Io attendo con ansia e sono convinto che, dopo aver letto questo lucido, incisivo post, sarete smaniosi quanto me!
Buona lettura!
Let the Midnight Special
Shine her light on me;
let in the Midnight Special
Shine her ever lovin’ light on me.[1]
A Chiara
Brownie McGhee, cantante di blues[2] del Tennessee, ha affermato che in molti blues è celato un segreto. “In quasi ogni verso è nascosto qualcosa.” Ma a chi gli chiedeva che cosa fosse nascosto, egli rispondeva in maniera vaga: “Sai, io parlo alla mia gente”.
Qualche amico (l’autore del blog) mi chiede spesso cosa io trovi di particolare nell’ascoltare il jazz. Oralmente le risposte erano troppo vaghe e, a pensarci bene, anche annebbiate dal vino. Allora il Mauro mi ha pregato di stendergli queste righe, molto in libertà naturalmente, proprio sul perché io tenga varie cassette in macchina di jazz, cosa (diavolo) ci trovi in questo genere di musica, etc.
Nelle righe che seguono non c’è nulla di didattico (a parte due note a piè pagina per inquadrare ciò di cui stiamo parlando), ma solo impressioni, dimensioni, motivazioni… di un ascoltatore di jazz venticinquenne.
Personalmente: ascoltare il jazz è pazzesco. Hai tutto assieme, l’amore, il tempo, la morte. È il massimo.
Una grande passione, che col tempo si nutrita di approfondimenti, sterminate letture su questa musica straordinaria e i suoi protagonisti dalle storie tormentate. Il primo approccio che ho avuto col jazz è stato proprio attraverso una dimensione antropologica, cioè legata ai personaggi che l’hanno creato. Penso che anche il più profano dei profani in fatto di musica abbia sentito qualche aneddoto su certe personalità jazz, certi comportamenti scandalosi, certe contraddizioni. Un alone quindi misterioso, perlomeno ambiguo, aleggia sempre intorno ai personaggi di questa genere musicale… forse proprio perché anche alle primissime origini il jazz, e cronologicamente anteriore ad esso il blues, erano considerati vicino al diavolo perché celebrano quelle dimensioni dell’esistenza umana considerate perverse e immorali. Un genere di musica, dunque, tesa a cantare gli aspetti ambigui e tabù dell’esistenza.
Nella sua evoluzione, quella che la porta a mutare (da blues) a jazz, io vi ho trovato una spiccata tendenza a parlare dell’insensata, mai comprensibile corrente della vita. Trovo in certi pezzi la tensione per qualcosa che non si risolve, e mai non si risolverà: naturalmente momenti biografici (miei) si agganciano, come inconsciamente, alle composizioni. Questo, probabilmente accade in tutta la musica: ma nel jazz io vivo questa simbiosi con un effetto amplificato.
Amo il jazz anche perché trovo personaggi-divi del proprio strumento, grandi creatori di glamour, instancabili autori di trasgressioni musicali. Una grande varietà - leggo - in certi artisti che sono riusciti a parlare della propria vita con la sola forza della propria produzione musicale, attraverso un iter in costante evoluzione. Uno dei luoghi comuni del jazz – errato - è proprio quello di considerarlo una “musica universale” come qualcuno ha affermato con ingenuo entusiasmo. D’altro canto non bisogna cadere nella visione opposta, cioè ritenerlo arte confinata nell’ambito di un ristretto gruppo etnico.
Non amo tutto il jazz, ogni singolo compositore, dai primi agli ultimi. Ci sono artisti che non riesco a sentire, li trovo indigesti, non-comprensibili. Certamente anche il mio orecchio va costantemente affinandosi, e – ogni tanto – ripesco cd di qualche jazzman a me ostico proprio per cambiare punto di vista, cercare di adeguarmi al suo stile, leggere il suo percorso musicale. E questo fatto è molto più marcato qui, che negli altri tipi di musica, perché l’artista jazz riflette, in modo più ampio di ogni altro musicista, la realtà in cui è immerso nell’ora in cui volge la sua produzione: che non è ancora storia, ma è cronaca, costume, mescolanza di futilità con fatti e idee che poi si riveleranno importanti. Il jazz porta nelle sue note una cronologia tutta particolare. E questo aspetto va tenuto presente, perché chiunque voglia accostarsi al jazz deve (se non l’ha già…) costruire l’orecchio su certe melodie, avere la pazienza di continuare a ri-ascoltare pezzi, ri-tornare su certi passaggi, lasciarsi insomma contaminare. Questa musica mi parla anche di (e attraverso la) nostalgia.
Nostalgia per un mondo che non ho vissuto, la coloratissima storia di New Orleans immersa nel profumo delle sue magnolie, gli anni delle flappers, cioè le ragazze coi capelli alla garçonne che ballavano il charleston cercando di somigliare il più possibile a Clara Bow, gli anni delle sparatorie fra gangs rivali, gli anni delle fiaschette di whisky nelle tasche posteriori dei calzoni, gli anni in cui si mangiava, si beveva, si ballava e si giocava d’azzardo fino all’alba o per giorni e tutto questo era – bellissimo! – proibito. Gli anni insomma che non vivrò mai.
Ma penso spesso anche a due versi dei Dire Straits:
Sono nato per stare con questa ragazza
Come il sassofono è nato per la notte
Fra le dimensioni proibite che si biasimavano al jazz c’era anche l’amore, espresso il più delle volte con versi pornografici: il tema predominante dei primi blues era infatti quello del rapporti sessuali e non c’era alcun ritegno nelle forme di espressione usate.
Sono del parere che da qualsiasi punto lo si voglia vedere, il jazz è comunque un tipo di musica che non sopprime l’individualità (non l’individualismo!), anzi ne fa il perno per costruire relazioni. Insomma per non dilungarci: se avete in auto una bella figliola e non avete un pezzo jazz siete proprio degli sfigati! Il jazz[3] può anche decidere di certe vostre serate: provare per credere!
In conclusione, non posso tacere il fondamentale motivo per cui ascolto jazz: perché mi tocca come nessun’altra musica sa fare, perché mi fa sentire diverso dal momento in cui mi faccio catturare, perché mi fa venir voglia di essere un uomo migliore, perché mi trasporta – attraverso balenii di inquietudine e disagio – verso qualcosa che sa di libertà, perché insomma anche il jazz è entrato a far parte di momenti che esprimono una promessa di felicità e al tempo stesso però mi dice, tranquillamente, che anche l’amore può essere un massacro.
Mi viene in mente d’avere letto da qualche parte che nessuna descrizione non-poetica della realtà potrà mai essere completa. Beh… ogni volta che ascolto jazz, me ne rendo veramente conto. Forse proprio per quella cosa che si diceva nelle terre dove stava nascendo questa musica, cioè avere i blues: “Quando ti svegli al mattino, ti siedi sulla sponda del letto, e puoi avere vicino a te padre e madre, sorella e fratello, il tuo ragazzo o la tua ragazza, ma tu non ha voglia di parlargli… non ti hanno fatto niente, e tu non hai fatto niente a loro, ma cosa importa? I blues si sono impadroniti di te.”
Anche questo – già – fa parte della mia vita. Non ammetterlo sarebbe stupido.
Shifrapua
[1] Lasciate che l’Espresso di mezzanotte / mi illumini passando; / lasciate che l’Espresso di mezzanotte / mi illumini con la sua luce piena di amore. (Antica ballata blues).
[2] Il blues è un canto squisitamente individuale che ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della musica afro-americana e più specificatamente nel jazz.
[3] In questo caso però si tratterebbe di un uso strumentale del jazz. Cosa non ammirevole per un “vero” cultore di jazz. A buon intenditor…
In --- > jazz, musica 1900 2005, miscellanea musicale, shifrapua














