I primi due appuntamenti teatrali sono andati davvero bene. Merito naturalmente degli attori e dei registi più che del sottoscritto, il quale non aveva che da canticchiare quattro parole e cercare di entrare nel clima della rappresentazione. Né più nè meno quel che dovrei essere in grado di fare sempre.
Altra cosa sarà invece il debutto shakespeariano. Oltre alla consueta padronanza dei movimenti di palco e quel minimo di dizione e precisione di pronuncia dovrò combattere contro una nuova bestia: l'arte della recitazione "non" cantata.
Nel canto lo studio permette di flettere la voce in base ai sentimenti che si vogliono passare agli astanti, senza per questo diminuire entro una certa soglia la comprensibilità del testo o rendere inudibili i pianissimi. La cosa è credo comprensibilissima.
Il problema per me è ora scontrarmi con una enorme libertà di accenti disponibili per ogni frase (non esiste una partitura che ti "ordina" come eseguire un detto che puoi al massimo interpretare): non ne sono abituato e il rischio è spesso cadere nell'esagerazione (sporcando un personaggio come quello di Teseo che tutto deve essere tranne che una macchietta) o nell'anonimato (ed essendo il Re di Atene non mi sembrerebbe il caso). Per non parlare della difficoltà di rendere gli accenti più dolci del personaggio comprensibili a tutti gli spettatori: recito la parte piatta e mi si sente benissimo; la recito come Dio comanda (ehm... un pò meno vah) e cominciano i problemi di comprensione nelle ultime file.
Insomma c'è poco da fare: son dieci anni che canto e più o meno so come "impostare un canto", ma come "impostare un parlato" è davvero una faccenda assai diversa, almeno per me totalmente nuova.
Si, ho ancora recitato; ma un conto è recitare e poi cantare (sperando in una buona figura grazie a questa seconda parte!), un altro è SOLO recitare!
'sperem.
POI VECCHIE E NUOVE LETTURE
Intanto è capitato che per due domeniche mi sia ritrovato a casa dei miei genitori, con Lorenzo che dormiva, Katya che stava ultimando la lettura di Harry Potter number seven, senza nulla da fare. O meglio le cose che potevo fare (fra cui studiare il copione!!!) dimenticate direttamente a casa.
Mi sono pertanto concesso il lusso di "perdere del tempo" con due letture reperite lì per lì.
Chi ne ha ancora letti sicuramente so di cosa parlo e soprattutto sa cosa si prova a prendere in mano di nuovo uno dei passatempi preferiti per un preadolescente. Per tutti gli altri (ma credo saranno pochi se hanno più o meno la mia età) qui possono leggere quello che si sono persi.
Ebbene, come ho ritrovato questo ciclo? A volte arzigogolato, certamente avventuroso, ma spesso l'avventura è fine a sé stessa, buona la trama, ma assolutamente a senso unico. Esistevano ad esempio librigame che permettevano di gungere a conclusioni diverse in base alle diverse scelte operate dal lettore; il ciclo di Fire*Wolf questo non lo prevede e un pò di divertimento se ne va. Una cosa che invece mi ha colpito è la scrittura dell'autore, rapida, fluente, ricca di dettagli (come è giusto in un gioco che riprende quelli di ruolo) e sfumature (anche amorose, il ciclo infatti è dedicato per complessità e dinamiche trattate ad un pubblico per lo meno di 13- 14 anni).
Risultato: mi sono divertito, mi sono ricordato del passato, non ho avuto troppa nostalgia, mi ha fatto bene.
La seconda domenica, ahimé, ho avuto l'idea di rompere un mio voto più o meno segreto e ho aperto un'edizione economica del "Codice da Vinci" di quel Brown.In un pomeriggio sono arrivato a pagina 246. Perché è bello? Perché è avvincente? Perché non puoi smettere? Perché è rivelatore di profondi segreti che nemmeno immaginavi?
No, perchè narra una vicenda sempliciotta utilizzando tutte le tematiche più complesse presenti nella millenaria storia umana e lo fa mostrando una scrittura pressochè invisibile: leggi il ibro ed è come se leggessi la struttura iniziale di un qualsiasi romanzo, intervallata quà e là da descrizioni fisiche di bassissima lega dei personaggi (saltate a piè pari per non arrabbiarmi troppo) e dei colpi di scena, talmente ben orchestrati, che si capiscono benissimo subito e cioè prima ancora che vengano svelati dall'autore.
Che thriller magnifico...
In realtà questo benedetto Dan sembra talmente preoccupato che il lettore non capisca da aggiungere ad ogni descrizione il tassello migliore per rovinare la sorpresa successiva. Il tutto con una scarsità di stile che lascia sconcertati. Passa dalla descrizione di quelche succede al Louvre ad un flashback della crittologa in modo netto, senza gusto, con uno stacco dettato chiaramente dall'insufficente ricerca artistica, per poi tornare al Louvre avendo edotto il lettore di tutti gli elementi necessari per rovinarsi la sorpresa.
Sapete cosa mi sembra? Un librogame dove non posso scegliere! Un libro per adolescenti dove gli anagrammi vengono risolti in quattro e quattrotto dall'autore e non dal lettore (in Fire*Wolf ho impiegato circa mezz'ora a tradurre una parte crittografata e mi sono divertito un monte!). Insomma: non fai in tempo ad entrare e gustare il presunto mistero che già il mistero è stato risolto. Complimenti Dan.
E ancora, non voglio soffermarmi sulle presunte verità storiche rivelate, anche perchè sono descritte in modo tanto banale che non riesco nemmeno a crederci pensandole come se fossero invenzioni atte a completare un libro di fantasia. Cioè credo di più nell'esistenza delle Miniere di Moria che al Graal ora... ma tant'è, solo un rapido esempio: la vergine delle Roccie.
L'autore mette in bocca al professore di turno che la prima versione venne bocciata dalla Confraternita perchè considerata eretica. Venne quindi rifatta quella che ora si trova a Londra. Tutto questo mi suona strano: mi alzo, piglio un libretto di storia dell'arte e leggo qualche appunto sul quadro. Beh, pare che questa visione storiografica è piuttosto anzianotta. Basta ad esempio fare un salto sulla wikipedia per leggere: "Spesso si è letto che, a causa dell'inadempienza contrattuale legata al soggetto, la Confraternita contestò il dipinto considerandolo incompiuto, o addirittura eretico. Studi più precisi, basati sui documenti d'archivio relativi alla controversia legale che oppose gli artisti ai committenti, hanno permesso di delineare una vicenda diversa." e la versione per ora accettata è che Leonardo voleva PIU' SOLDI!
Ah, questo venale adoratore della dea madre, mistico e adepto del Priorato... ma mi faccia il piacere!Ora, chiaro che questo libro lo concludo, tempo qualche ora ed è fatta. Ma perchè sento di aver già perso troppo tempo e pensare di lasciar da parte il libro significherebbe averlo perduto davvero per sempre.
Lo finisco e, magari, risorge sul finale. In tal caso chiederò venia.
Ma temo che il pensiero del sottoscritto resterà immutato, in tal caso questa è la mia recensione stroncatura ad un "caso letterario" che di nuovo mi fa piombare in un cupo pessimismo riguardo al genere umano, del quale essendo io parte attiva non aiuta a risollevare le sorti della mia già precaria autostima.
A presto.














