In questi giorni sto leggendo la bella biografia di Ivano Fossati dal titolo "Il Volatore", davvero ben scritta dal critico musicale Andrea Scanzi, per la Giunti Editore.
A pagina 113 vengo a conoscenza di un presunto teorema sulla musica pop/rock, che suffraga molte delle mie personali riflessioni sul valore musicale dell'ignoranza nella giovinezza. Andrea lo spiega molto bene: "Parlavamo del "Teorema Townshend", secondo il quale si potrebbero scrivere le My generation soltanto a vent'anni, perché maturità e tempo che passa ti trasformeranno. [...] La sensualità di un ventenne è totale, c'è ancora una mancanza del senso del ridicolo. Soltanto allora si può superare la barriera e raggiungere la sublime incoscienza." 1
I ventanni come assenza di senso d'autocritica, di immensa ignoranza capitalizzata a guadagno, convinzione di essere nel giusto da superare il ridicolo, "essere soltanto se stessi al punto da convincere gli altri" (sempre Scanzi).
Ho un passato da rocker che viene spesso a trovarmi; anche ora, a trent'anni suonati e con una sufficente carriera bifronte (leggero/lirico) alle spalle. Un'esperienza che non rinnego, che mi ha dato tanto, dalla spontaneità e buona tranquillità sul palcoscenico ad un bagaglio di esperienze fondamentali, fra le quali spiccano le registrazioni dei due album fatti con i Minstrel.Ed è proprio ripensando a quel periodo, e confrontandolo con quello odierno, nel quale sono alle prese con l'ultimo (probabilmente "ultimo" in tutti i sensi) album del gruppo, che m'accorgo della verità di questo "effetto Townshend".
Ripenso alle soluzioni armoniche intricate e assolutamente non conformi all'armonia classica, nate solo da prove continue; alla volontà di sperimentazione negli arrangiamenti che ha portato ad errori clamorosi, interpretati come "massima libertà" dagli ascoltatori tutti; all'atteggiamento strafottente nei confronti di qualsiasi canzone semplicemente "ben costruita" e che suonasse "alla solita maniera"; alla scrittura di un finale scritto per pianofote ed orchestra ricalcando le gesta del Quinto Concerto di Beethoven, quando le quinte parallele viaggiavano a braccietto con ogni mia idea; l'uso di una tastiera di poche lire per ricreare 16 parti orchestrali con la pretesa che suonassero "come quelle vere"; per non parlare dell'incoscienza di concepire, produrre e portare a termine un concept basato su un capolavoro universale di 1200 pagine e su un archetipo umano utilizzato dalle più grandi menti del mondo per parlarci di noi. Faust è stato tutto questo. Anzi, Faust E' tutto questo, perchè è stato eternato dall'incisione discografica. Ed è proprio quest'ultima che mi pone di fronte questi "peccati di gioventù" che però hanno tanto appassionato alcuni ascoltatori e recensori.
E ripenso a cosa stiamo producendo ora, al nostro prossimo "Ahab". Ripenso alle armonie studiate per bene e solo in certi punti volutamente scardinate, che rendono tutto liscio come l'olio; alla comprensione del valore dell'arrangiamento e quindi all'utlizzo di tecniche classiche che fanno suonare bene la song eppure la rendono quasi anonima, la scrittura di un brano per orchestra stando attento a tutto, dalla dinamica all'armonia classica fino alla scelta delle articolazioni degli strumenti, usando un VST d'orchestra professionale, ma che non mi fa sentire completamente soddisfatto; la ripresa di un nuovo archetipo, meno "pesante" del precedente, ma che ti sembra di rovinare ad ogni battuta, ad ogni ritornello.
Ora, è chiaro che Ahab suoni dieci volte meglio di Faust. E' chiaro che siamo cresciuti musicalmente parlando, tutti. Ed è vero che autoproducendoci stiamo curando ogni minimo particolare, ma la realtà è che sento di non poter dire più nulla di veramente nuovo, di inedito. Non perchè prima l'abbia fatto o ne abbia avuto la possibiltà e non l'abbia sfruttata. Ma perché ora in me c'è consapevolezza di quanto è stato già fatto, già scritto e già prodotto da altri e questo ha naturalmente ridimensionato enormemente la visione della mia preparazione e soprattutto l'originalità del mio estro, la sua comunicatività. Mi ha reso consapevole di essere semplicemente uno qualunque.
Nonostante tutto continuo a scrivere? Nonostante tutto continuo a dire si, ad esempio, a Umberto Zanloetti di Teatro Minimo che mi cheide una collaborazione per un futuro musical a quattro mani? Si, perchè egoisticamente ho bisogno di buttare su cinque righi me stesso, dirò di più, ancor più egoisticamente di cercare di eternarmi lasciando qualcosa di meno fugace di una vita umana.
Ma comprendo, sento, che un attimo magico è finito. L'attimo della sperimentazione, dei tentativi, delle composizioni selvaggie in preda all'alcol (e non solo), dell'entusiasmo per ogni accordo diminuito, della felice ignoranza che convinceva tutti, me stesso in primis.
S'apre un nuovo fronte insomma. Ben venga, spero di "invecchiare" bene come certi autori di riferimento. Consapevole di essere vittima di questo presunto teorema, piglio la saccoccia e vado avanti.
Tanto lo so che spesso, ancora oggi, mi basta una chitarra elettrica ad alto volume per sentire una scarica d'adrenalina lungo la schiena, pigliare il microfono darci dentro a più non posso, fottendomene letteralmente del pubblico.
Momenti di volgare ignoranza.
Davvero bei momenti.
1 - Andrea Scanzi, "Ivano Fossati il volatore", pag. 113, edizioni Giunti, Firenze, 2006














